Archivio annuale2016

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Trump ritirerà Usa dal TPP. “Posti lavoro ritorneranno in America”

22 novembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Con un video pubblicato su YouTube e ripreso dal suo account Twitter, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che ritirerà gli Stati Uniti dal trattato TPP -Trans-Pacific Partnership – il primo giorno in cui sarà operativo alla Casa Bianca. Nel video, Trump ha spiegato le mosse che adotterà nei primi 100 giorni della sua presidenza.

Il TPP, accordo commerciale che coinvolge 12 paesi, è stato firmato dal presidente uscente Barack Obama all’inizio di quest’anno, ma deve essere ancora ratificato dal Senato. Trump ha aggiunto che il TPP sarà sostituito da una serie di accordi commerciali bilaterali che “riporteranno posti di lavoro e industria nelle coste americane”.
“La mia agenda si baserà su un semplice principio fondamentale: mettere al primo posto l’America. Che ciò implichi produrre acciaio, costruire macchine o curare malattie, io voglio che la prossima generazione in termini di produzione e di innovazione nasca proprio qui, nel nostro grande paese, l’America, creando benessere e occupazione per i lavoratori americani”.
Immediata la reazione del premier giapponese Shinzo Abe, che ha affermato che il TPP “non ha alcun significato senza gli Stati Uniti”.

Sempre nel video, Trump ha assicurato che cancellerà alcune restrizioni che frenano al momento la produzione di energia in America, in particolare quelle su gas di scisto e “carbone pulito”. L’eliminazione delle restrizioni, ha precisato il magnate newyorchese ora presidente Usa, avverrà nell’ottica di creare “molti milioni di posti di lavoro con alti salari”.

Grandi punti assenti nel video dei primi 100 giorni della sua presidenza sono la costruzione di un muro al confine con il Messico e l’abolizione della riforma sanitaria Obamacare. La questione dell’immigrazione viene comunque affrontata, con il tycoon che promette “indagini su tutti gli abusi che riguardano programmi di rilascio dei visti che danneggiano i lavoratori americani”. E ancora: “Ho chiesto al ‘transition team’ di lavorare per restaurare fin dal primo giorno ordine e giustizia e posti di lavoro”.

 

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/trump-ritirera-usa-dal-tpp-riporteremo-posti-lavoro-in-america/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:+Wsi&utm_content=Trump+ritirerà+Usa+dal+TPP.+%22Posti+lavoro+ritorneranno+in+America%22&utm_term=e4cb1afa

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Gestore: questo indice crollerà -80% per recessione e inflazione

2 novembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Lui è Crispin Odey, fondatore di Odey Asset management e sostenitore del fronte Leave del referendum dello scorso 23 giugno sulla Brexit. Probabilmente si sarà a tal proposito anche pentito del sostegno dato al divorzio del Regno Unito dall’ Unione europea, visto che ha appena detto ai suoi clienti di prepararsi a una recessione e a una inflazione più elevata, che potrebbero zavorrare la borsa di Londra con perdite fino a -80%.

Secondo Odey, l’azionario britannico sarà messo sotto pressione e invertirà la rotta dopo aver guadagnato il 30% in cinque anni.

In una lettera agli investitori ottenuta da Bloomberg News, il money manager rivela anche di detenere posizioni short nei seguenti titoli: Tullow Oil, Intu Properties e ITV.

Così il gestore:

“Siamo destinati ora a far fronte a una recessione nel Regno Unito, così come una inflazione. Sarà difficile per il mercato azionario rimanere immune a tutto questo”.

Da segnalare che il principale hedge fund di Crispin Odey ha perso circa il 43% dall’inizio del 2016.

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Finora l’indice benchmark della borsa di Londra, il Ftse 100, ha beneficiato in realtà dell’effetto Brexit, in quanto la debolezza della sterlina ha sostenuto i titoli delle aziende esportatrici britanniche sul listino: il rialzo del Ftse 100 è di quasi il 10% dallo scorso 23 giugno, giorno del referendum sulla Brexit.

Proprio il calo della sterlina potrebbe avere tuttavia, secondo Odey, un effetto boomering, portando il tasso di inflazione al di sopra del 3,5%.

Da segnalare che l’ultimo dato relativo all’inflazione, misurata dall’indice dei prezzi al consumo, ha messo in evidenza un’accelerazione della dinamica dei prezzi dell’1% a settembre, ovvero la crescita più forte dal 2014.

Il gestore, che non ha mai risparmiato critiche al piano di Quantitative easing, ha così commentato la posizione in cui versa la Bank of England:

“La Bank of England fa fronte a diverse pressioni, e dovrebbe agire aumentando i tassi di interesse“

Fonte:http://www.wallstreetitalia.com/gestore-questo-indice-di-borsa-crollera-80-per-recessione-e-inflazione/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:+Wsi&utm_content=Gestore:+questo+indice+crollerà+-80%+per+recessione+e+inflazione&utm_term=3b029894

 

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Brexit, la tempesta deve ancora arrivare

1 novembre 2016, di Mariangela Tessa
NEW YORK (WSI) – Il crollo della sterline e lo stato di agitazione dei mercati successivi al referendum britannico che, lo scorso 23 giugno, ha decretato la Brexit, e’ solo un assaggio di quello che succederà a breve. Sono infatti sempre piu’ numerosi gli esperti in materia finanziaria che anticipano “una tempesta perfetta”.

A questo proposito una nota dell’ufficio studi di Eclectica Asset Management, ripresa da Business Insider, mette in evidenza che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sara’ un’operazione che presto sara’ seguita da altri paesi. In un report mensile per gli investitori, il team guidato da Hugh Hendry ha citato la fine del Gold Standard come esempio di quando la “defezione di un solo membro causa il crollo del sistema”.

Tornando ai giorni nostri, Hendry cita l’aumento dell’incertezza politica nei paesi europei, tra cui Francia, Italia, Germania e Spagna. In questi e in altri paesi, l’ascesa di movimenti nazionalisti, anti-immigrazione e anti-Ue sono una delle principali cause di preoccupazione per il 2017. Per Hendry esiste un “pericolo reale” che più membri dell’UE replichino la decisione britannica di lasciare l’UE sui timori di “immigrazione di massa, disoccupazione e disuguaglianza”. “Il sistema semplicemente non funziona piu’”, ha spiegato.

Non finisce qui. Tutto questo senza considerare i rischi economici e finanziari, che continuano ad aleggiare sull’Europa. Rischi individuati nella prolungato politica espansiva e di QE, insieme all’introduzione delle norme che rendono un eventuale salvataggio pubblica delle banche solo come un’opzione.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/brexit-la-tempesta-perfetta-deve-ancora-arrivare/?utm_source=Facebook&utm_campaign=Facebook:%20WallStreetItalia&utm_medium=link

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Bagno di sangue sui bond, alert asta BTP. Choc tassi iniziato?

28 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
Guardando alla recente performance del mercato globale dei bond, gli analisti di Rabobank hanno espressamente definito il sell off un “bagno di sangue”, chiedendosi tra l’altro se i fondamentali dell’economia giustifichino un balzo dei rendimenti così forte in poco tempo.

La Fed, la Bank of Japan e la Bank of England comunicheranno tutte le loro decisioni di politica monetaria la prossima settimana. In vista delle elezioni Usa, la probabilità che la Fed lasci i tassi invariati è del 90%. Si scommette poi su una probabilità del 72% sull’adozione di una manovra restrittiva a dicembre.

Evidentemente, tuttavia, anche sulla scia del Pil britannico che è andato meglio delle attese, i tassi sono avanzati ovunque. In particolare, quelli dei Treasuries a 10 anni sono balzati al record in cinque mesi, attorno all’1,88%, sulla scia del rialzo – e del contestuale calo del valore dei relativi titoli di stato – dei tassi dei Gilt britannici e dei Bund tedeschi.

Soltanto nel corso di questa settimana, i tassi decennali sul Gilt sono balzati di quasi 20 punti base, a livelli massimi dal voto del 23 giugno, che ha concretizzato la Brexit. E dall’inizio del mese di ottobre il rally è stato superiore ai 50 punti base.

I tassi decennali sui Bund tedeschi sono volati allo 0,219%, al record dall’inizio di maggio, confermando una netta inversione di tendenza rispetto al minimo assoluto del -0,20% a luglio, che era stato toccato a causa della politica di tassi negativi e Quantitative easing della Bce.

Se si comprende il motivo per cui i tassi UK e Usa salgono, insospettisce il balzo dei rendimenti dei bond dell’Eurozona. Evidentemente, gli analisti e gli investitori ritengono che le principali banche centrali del mondo siano vicine ad aver esaurito le loro munizioni, e che la politica monetaria ultra espansiva, anche della Bce, non potrà continuare in eterno.

Sul caso prettamente italiano, occhio all’asta indetta oggi dal Tesoro, che ha fatto sì il pieno, visto che sono stati collocati tutti i 5,25 miliardi di euro di Btp a 5 e 10 anni. I rendimenti tuttavia sono saliti, con quello sul BTP a cinque anni praticamente raddoppiato allo 0,57% dallo 0,28%; quello a dieci anni è balzato all’1,60% dall’1,21% dell’asta di settembre.

Assegnati anche tutti i Ccteu per un importo di 3,25 miliardi di euro ad un tasso dello 0,59%, in rialzo dallo 0,33%. E’ indubbio che i BTP italiani abbiano beneficiato degli acquisti di asset – inclusi i bond italiani – lanciati dalla Bce, per far fronte alla grande crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, che aveva alimentato timori anche sulla possibilità di un default dell’Italia. Diversi analisti nei mesi scorsi hanno lanciato avvertimenti di diverso tipo, accomunati dal sospetto, se non certezza, che le iniezioni di liquidità delle banche centrali avessero ormai reso il valore di molti bond sovrani gonfiato.

E mentre i tassi decennali dei Bund, sul mercato secondario, volano di oltre il 10%, quelli dei BTP salgono del 4,7% all’1,68%. Lo spread Italia-Germaniasegna un rialzo del 4% sulla soglia di 150 punti base.

 

Fonte

: http://www.wallstreetitalia.com/bagno-di-sangue-sui-bond-alert-asta-btp-choc-tassi-iniziato/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:+Wsi&utm_content=Bagno+di+sangue+sui+bond,+alert+asta+BTP.+Choc+tassi+iniziato&utm_term=3aa48a2e

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Rischio credit crunch in Italia, fuga famiglie dai bond bancari

18 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
Rischio di credit crunch, ovvero di contrazione del credito in Italia? Dopo tutti i soldi che la Bce di Mario Draghi ha elargito alle banche, l’erogazione dei prestiti è ben lontana dall’essere scontata.

Tutt’altro. Da una indagine sul credito bancario in Italia, portata avanti da Bankitalia nell’ambito di un’analisi condotta dalla Banca centrale europea, risuolta che l’offerta del credito da parte degli istituti italiani potrebbe diventare più rigida nel quarto trimestre del 2016.
Dal report di Bankitalia sono emersi anche dati relativi alla dinamica dei prestiti nel corso del terzo trimestre. Si apprende che i criteri di offerta dei prestiti alle imprese e alle famiglie “sono rimasti invariati”, mentre è andata avanti “la riduzione dei margini applicati alla media dei prestiti, sia per le imprese sia per le famiglie. Gli intermediari si attendono, per il trimestre in corso, che i criteri di offerta rimangano sostanzialmente invariati”.

Sempre nel terzo trimestre dell’anno “l’espansione della domanda di prestiti da parte delle imprese si è interrotta, mentre si è rafforzata ulteriormente per le famiglie”.

Per il quarto trimestre, “la domanda delle imprese resterebbe invariata mentre aumenterebbe ulteriormente quella delle famiglie”. Il tutto mentre arriva l’avvertimento su una possibile restrizione di credito nel quarto trimestre.

Tutto questo, mentre viene certificata la fuga delle famiglie italiane dai bond bancari. Così riporta l’Ansa, che cita una ricerca pubblicata da Bankitalia (occasional paper), da cui emerge che “il calo (delle obbligazioni detenute in portafoglio) è iniziato nel 2012 e si è acuito sia con la fine del trattamento fiscale di favore e l’arrivo del bail-in, che in Italia ha visto l’azzeramento dei titoli subordinati delle 4 banche. A marzo 2016, si legge nel paper che non riflette necessariamente l’opinione di Via Nazionale, il peso delle obbligazioni bancarie sulla ricchezza finanziaria delle famiglie era tornato sotto il 5%. Inoltre, nota la ricerca, circa il 40% dei titoli bancari detenuti a maggio 2016 scadrà entro il 2017; il 90% entro il 2020. In assenza di nuovi acquisti, la loro quota scenderebbe a meno dell’1 per cento della ricchezza finanziaria del settore”.

Ma occhio anche altri numeri diffusi dallo studio di cui sopra, di Massimo Coletta e Raffaele Santioni, pubblicato nella collana Occasional Paper della Banca d’Italia.

Dallo studio emerge che la maggior parte delle obbligazioni bancarie in mano alle famiglie italiane scade tra cinque anni.

Così il rapporto, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa Radiocor:

“Le famiglie italiane detengono in portafoglio obbligazioni bancarie per poco meno di 200 miliardi. Di queste circa 28 miliardi sono i bond subordinati. Questi ultimi sono diventati più rischiosi dopo la risoluzione delle quattro banche nel novembre del 2015, che ha portato all’azzeramento dei titoli subordinati detenuti anche dai risparmiatori retail. Da un diagramma per anno di scadenza contenuto nel lavoro, emerge che dopo il 2020 la quota in scadenza dei bond subordinati, sul totale delle obbligazioni bancarie in scadenza, sale in modo esponenziale: è più di un terzo del totale. Tra quest’anno e il prossimo, invece, nota lo studio pubblicato sulla collana della Banca d’Italia, scadrà circa il 40% dei 200 miliardi di obbligazioni (ordinarie, strutturate e subordinate) detenute nei portafogli delle famiglie italiane, ma di queste solo il 2% e’ rappresentato da subordinati. La percentuale di bond bancari subordinati in scadenza aumenta solo nel 2018 per poi ridursi nuovamente nel 2019. Il lavoro osserva, inoltre, come negli ultimi quattro anni, anche per le modifiche della tassazione, le famiglie abbiano effettuato vendite nette di bond bancari per 205 miliardi“
Ed escono altri dati preoccupanti sulle condizioni di salute, in generale, delle banche italiane. Si tratta dei numeri snocciolati qualche minuto fa dall’ ABI, secondo cui nel mese di settembre i prestiti delle banche hanno segnato una crescita zero.

La dinamica è rimasta praticamente invariata, se si considera sia il dato complessivo per privati e PA (-0,4%) che i soli prestiti a famiglie e imprese (-0,01%). Nel mese di agosto le variazioni erano state pari a -0,6 e -0,16%. In rosso inoltre i prestiti alle imprese non finanziarie (-0,2%), condizionati dall’andamento degli investimenti e del ciclo economico. Il rapporto mensile dell’Abi ha messo in evidenza che il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni si è attestato a settembre 2016 su un “nuovo minimo storico” di 2,05% (rispetto al 2,16% di agosto); giù anche i tassi di interesse sul totale dei prestiti, diminuiti anch’essi al nuovo record minimo del 2,97%.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/rischio-credit-crunch-in-italia-fuga-famiglie-dai-bond-bancari/

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Contanti in cassette sicurezza all’estero? Un reato

18 ottobre 2016, di Daniele Chicca
ROMA (WSI) – Nell’ambito della voluntary disclosure bis che sta per essere varata, le somme e i valori depositati nelle cassette di sicurezza potranno essere regolarizzati in Italia, ma i reati non saranno estinti. Anche la prima versione della voluntary disclosure, il programma di rientro dei capitali tramite condono fiscale, conteneva un capitolo dedicato alle cassette di sicurezza, ma questa strada era stata percorsa da pochissimi evasori.

Per migliorare l’efficacia della voluntary disclosure, le autorità hanno intenzione di inserire anche l’esecuzione di controlli sui trasferimenti di residenza all’estero. Questo perché in passato alcuni italiani avrebbero potuto trasferire per finta la loro residenza all’estero anziché far rientrare i capitali in Italia e perdere parte dei loro averi.
Per l’opposizione tutte queste manovre volte a recuperare soldi preziosi per le casse statali in un periodo di legge di bilancio sono al limite del legale, con l’ex ministro Renato Brunetta (Forza Italia) che accusa addirittura il governo di “riciclaggio di Stato”.

In tutti i casi rimane da risolvere il nodo dell’autodichiarazione del contribuente. Secondo il governo Renzi a scoraggiare chi voleva partecipare alla prima versione della voluntary disclosure tra i detentori di somme nelle cassette di sicurezza era il fatto che, se spuntavano complicazioni, all’aliquota del 27% andava sommata Irpef, Iva e persino altri contributi vari, per un prelievo fiscale del 90%.

Ecco spiegato il motivo per il quale nella misura è prevista l’ipotesi di proporre due aliquote al 15 e al 35% a seconda del giro che hanno fatto le somme di denaro, ossia se esse sono state prelevate da un conto corrente e poi depositate in una cassetta di sicurezza oppure se si è trattato di contanti trasferiti direttamente in una cassetta di sicurezza, senza passare da un conto in banca (35%).

La procedura così come è stata proposta non annullerebbe gli eventuali reati, come il riciclaggio del denaro, che si vogliono regolarizzare. Il tutto mentre ai più ricchi, vedi i casi recenti di Diego Armando Maradona e Fabrizio Corona, si concedono sconti per facilitare il canale del condono fiscale.

Questo ha spinto le agenzie di riscossione a lanciare un allarme sulle sanatorie, che rischiano di provocare un crollo delle entrate a partire dal 2018. I capitali opachi, fanno sapere Equitalia e l’Agenzia delle Entrate, verranno segnalati alla Banca d’Italia.

“Il governo ha varato l’ennesimo condono fiscale, una sanatoria che avrà effetti devastanti sul gettito atteso per i prossimi anni e che aprirà la porta a decine di contenziosi tra autorità e contribuenti, in quanto vìola i principi costituzionali di eguaglianza di fronte alle leggi”.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/contanti-in-cassette-sicurezza-allestero-un-reato/?utm_source=Facebook&utm_campaign=Facebook:%20WallStreetItalia&utm_medium=link

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Da oggi questi fondi possono congelare risparmi clienti

14 ottobre 2016, di Daniele Chicca
NEW YORK (WSI) – Per il loro rischio ridotto, i fondi di investimento obbligazionario Usa che vanno sotto il nome di Money Market Funds sono considerati sicuri come un conto deposito, con la differenza che generano un rendimento superiore e non sono regolamentati normalmente. Fanno infatti parte del cosiddetto “sistema bancario collaterale” (shadow banking) e investono in prestiti a brevissimo termine concessi a società con un’elevata qualità creditizia. Forniscono liquidità agli intermediari finanziari come le banche e sono pertanto uno strumento molto importante di finanziamento a breve per le società del credito.

Con i risparmi degli investitori viene prestato denaro a brevissimo termine, anche di giorno in giorno, a banche, aziende private e autorità pubbliche. Tra i fondi comuni principali che fanno parte della categoria si possono citare il Prime Money Market Fund creato da JP Morgan, che ha in gestione più di 100 miliardi di dollari di attivi. Anche Wells Fargo e Goldman Sachs, così come società europee come Deutsche Bank e BNP Paribas, hanno MMF in gestione.
A cominciare da oggi, in condizioni di mercato avverse e volatili i fondi comuni di questo tipo (che investono in titoli a breve termine e a basso rischio, non emessi dal governo federale americano, come corporate bond e del debito delle amministrazioni locali) potranno impedire ai clienti americani di prelevare i loro soldi dal fondo, rimandando l’esecuzione dell’ordine.

È l’effetto dell’entrata in vigore della riforma dei fondi monetari di questo tipo varata dalla SEC, l’autorità di regolamentazione dei mercati statunitense, e adottata nel 2014. Dopo quanto accaduto con lo scoppio della crisi dei mutui subprime, questi fondi continuano infatti a suscitare non poche preoccupazioni tra le autorità.

L’idea alla base della riforma è quella di mettere al sicuro il sistema finanziario privato, evitando lo stesso caos provocato dal crac di Lehman Brothers nel 2008, e impedire quindi che si verifichino crisi di vasta portata scaturite dalla chiusura contemporanea di diversi fondi.

L’obiettivo è duplice: contenere una fuga dei depositi dai fondi, come accaduto nel 2008, e offrire agli investitori (anche banche e fondi pensione) un modo per monitorare lo stato di salute del proprio fondo, controllandone le oscillazioni del valore dell’attivo netto (net asset value).

Un’altra novità riguarda il fatto che i fondi dovranno lasciare che i prezzi oscillino quotidianamente in base al valore di mercato del momento dei propri attivi, non potendo più mantenere un net asset value fisso, che negli Stati Uniti è solitamente di un dollaro per titolo. Il net asset value serve a misurare il rapporto esistente tra la somma dei valori di mercato delle attività del portafoglio di un fondo di investimento e il numero di quote in circolazione.

In poche parole in condizioni di mercato avverse o di scarsa liquidità verrà garantita una certa stabilità di prezzo dei fondi MMF – cosa che non è successa in seguito alla grande crisi di sette anni fa – ma per un po’ non si potranno riavere i propri risparmi indietro e non si potranno chiudere le proprie posizioni.

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Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/da-oggi-questi-fondi-di-investimento-possono-congelare-asset-clienti/

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Mps, Padoan: no a nazionalizzazione e bail-in. Mentre qualcuno chiede il delisting

12 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
MPS
Sul dossier Mps, il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, nel corso del question time alla Camera, afferma che non ci sono in cantiere nè piani per nazionalizzare la banca né operazioni di bail-in. Padoan parla di “ipotesi senza fondamento”.

Arriva intanto la nota sulle dichiarazioni rilasciate da Tommaso Fattori, Consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra, durante il dibattito sulle relazioni finali della commissione d’inchiesta in merito alla Fondazione e alla Banca Montepaschi di Siena e i rapporti con la Regione Toscana.

“Siamo davanti a un sistema bancario interamente privatizzato che fa acqua da tutte le parti, all’incapacità della politica di fare le riforme necessarie, partendo dalla sacrosanta separazione fra banche d’investimento e banche commerciali. La chiave della vicenda MPS, da cui si dovrebbe inevitabilmente partire, è prima di tutto l’elenco dei nomi di chi ha intascato denaro e non ha poi restituito i prestiti, ma nessuna responsabilità è stata finora accertata, così come non è stata attivata una commissione di inchiesta parlamentare: quindi l’evidenza dell’incapacità dei controllori di controllare e di individuare responsabili e colpevoli”.

Continuando:

“Il problema è che la vicenda non è per niente chiusa, si sono compiuti errori e disastri, e si continua a compierli”. “Le stesse forze politiche che, con pratiche consociative, hanno utilizzato MPS come un bancomat, generando così una montagna di crediti inesigibili, e che hanno coperto e promosso l’acquisto di Antonveneta a un prezzo strabiliante e fuori mercato, oggi stanno avviando il terzo gruppo bancario italiano verso il bail-in, cioè verso il baratro, scaricando tutto su azionisti, obbligazionisti e risparmiatori. Per evitare questa catastrofe l’unica strada possibile è l’immediata cancellazione, delisting, del titolo azionario dal listino di Borsa, per l’assoluta sproporzione fra valore e capitale a bilancio, e la nazionalizzazione di MPS, cui far seguire un rigoroso risanamento con indirizzi chiari da parte del Parlamento. Non c’è, infatti, alcuna possibile soluzione sul mercato privato, dove è impossibile trovare i cinque miliardi necessari per la ricapitalizzazione, per non dire dei dieci miliardi necessari per riassorbire i crediti deteriorati: nessuna banca italiana si può permettere l’operazione e se anche Credit Agricole fosse interessato all’acquisizione, gli converrebbe aspettare bail-in”.

Concludendo:

“La strada della nazionalizzazione è stata percorsa negli Stati Uniti Obama conBank of America, in Gran Bretagna con la Royal Bank of Scotland, e per altre banche tedesche e francesi: mentre i paesi che sono stati colpiti dalla crisi post-Lehman Brothers provvedevano, infatti, a ricapitalizzare le banche, da noi non si è nemmeno abbozzato un piano e si continua con un ostinato pregiudizio ideologico sul ruolo delle Stato. Siamo passati in pochi decenni da un sistema prevalentemente pubblico a uno totalmente privato, senza alcun risultato per quanto riguarda il costo dei conti correnti, l’accesso al credito, l’efficienza dei servizi. Altresì un sistema sostenuto anche dalla finanza pubblica potrebbe favorire nuove politiche industriali, dallo sviluppo delle rinnovabili alla conversione ecologica delle produzioni, e ridare respiro a particolari settori, stimolando anche la concorrenza col privato. La nazionalizzazione è anche possibile con le nuove norme europee, attraverso uno specifico accordo tra il Governo e l’Unione Europea che autorizzi l’“intervento pubblico precauzionale”, contemplato dalla direttiva europea “Bank Recovery and Resolution Directive” sulle risoluzioni bancarie – cosiddette bail-in, senza che questo sia considerato aiuto di Stato. Dobbiamo evitare che al disastro si aggiunga disastro: un esito negativo della vicenda MPS potrebbe fare nuovamente implodere il sistema bancario italiano e scatenare una nuova crisi finanziaria globale”.

“La cessione a prezzi di svalutazione dell’istituto senese a un Gruppo estero è una possibilità concreta allo stato attuale e si tratterebbe di un passaggio che, oltre ad assestare un duro colpo alle possibilità di sviluppo del sistema economico toscano e nazionale, significherebbe da subito un grave rischio per gli attuali dipendenti dell’Istituto, circa 24mila unità tra diretti e indiretti a livello nazionale. Ora quindi il Governo Renzi deve dimostrare di non essere al servizio di JP Morgan, con il cui Presidente Renzi si consulta in incontri poco chiari e trasparenti in nome d’interessi privatissimi. Non si possono rimandare irresponsabilmente le decisioni e perdere tempo per non essere costretti a scelte difficili in piena campagna referendaria: Renzi così facendo sarà il responsabile della svendita a prezzi stracciati del terzo gruppo bancario a qualche speculatore straniero, della cancellazione dei risparmi di migliaia di persone e del credito vitale per pezzi della nostra economia”.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/news/mps-padoan-no-a-nazionalizzazione-e-bail-in-mentre-qualcuno-chiede-il-delisting-titolo/

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