Italia: fine euro con no referendum. La soluzione con una nuova lira?

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Italia: fine euro con no referendum. La soluzione con una nuova lira?

2 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Niente bail-out, ma solo bail-in: Le banche italiane – e si pensa in questo caso subito a Mps, non saranno salvate dallo stato, alias contribuenti italiani. Lo conferma chiaro e tondo il ministro ministro dell’economia Pier Carlo Padoan intervistato dalla Cnbc, in occasione del Forum Ambrosetti in corso a Cernobbio. E comunque “i non performing loans – ovvero i crediti deteriorati, che comprendono anche le sofferenze – non sono un problema soltanto per banche italiane“. Padoan esclude anche all’ESM, ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità, detto anche fondo salva-stati, in quanto un ricorso a tale soluzione implicherebbe che l’economia italiana è in difficoltà, cosa che secondo il ministro non è vera.

“Noi lavoriamo nell’ambito delle regole, ovvero nell’ambito del sistema . Dunque, stiamo lavorando con gli azionisti al fine di ricapitalizzare le banche”. Punto, dunque, almeno in apparenza.

Le parole di Padoan arrivano nel momento in cui i fari della stampa estera sono puntati sull’Italia, e in particolare sul referendum costituzionale: nelle ultime ore sul sito MauldinEconomics.com, John Mauldin ha lanciato un allarme, scrivendo: “L’Unione monetaria europea non funziona molto bene, sempre che possa funzionare, senza l’Italia. E una vittoria del no (al referendum) sarebbe la morte dell’euro”.

Mauldin riporta quanto scritto dagli economisti Nick Andrews e Stefano Capacci in un editoriale dal titolo Renzi’s Great Gamble, ovvero “La Grande Scommessa di Renzi”.

Gli economisti, nella lunga analisi che descrive il caso Italia, ricordano come il vecchio modello economico del paese, che è stato adottato in gran parte “negli ultimi trenta anni del 20esimo secolo, “si basasse sulla combinazione tra la svalutazione della moneta, al fine di mantenere una competitività a livello globale, e la spesa fiscale, al fine di sostenere le regioni più povere del Sud del paese”.

“L’adesione all’euro ha messo fine a tutto questo, impedendo le svalutazioni e vietando deficit al 10% del Pil. Tuttavia, l’impianto del sistema parlamentare bicamerale italiano, in cui il Senato e la Camera dei Deputati sono dotati di un uguale potere legislativo, ha reso quasi impossibile per ogni governo riuscire a portare avanti le riforme strutturali necessarie all’Italia per competere e prosperare all’interno dell’Eurozona. Il risultato non è stato solo una crescita depressa e un impoverimento relativo, ma un netto calo del tenore di vita, con il Pil pro-capite italiano crollato ai minimi in 20 anni”.

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na performance del genere, continuano gli analisti, si è tradotta in una crescita di non-performing loans, dunque di crediti deteriorati, nei bilanci delle banche italiane. Crediti deteriorati che incidono su tutti i prestiti per il 18%, stando all’analisi. E ,ovviamente, l’effetto è stato a catena, dal momento che la presenza di tali asset “ha eroso la capacità delle banche di estendere nuovi crediti a migliaia di piccole aziende, che rappresentano il motore dell’economia italiana e che normalmente mettono in moto la crescita dell’occupazione. Il risultato è stato la stagnazione“.

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“Come il Senato crea stagnazione politica ed economica”

Nel ricordare i momenti più significativi della storia economica dell’Italia, i due esperti arrivano alle proposte di Renzi, scrivendo che il fatto che “il Senato possa bloccare i decreti del governo in modo indefinito, crea stagnazione politica ed economica”.

Ora:

“il referendum di Renzi ha come scopo il cambiare tale assetto. Il primo ministro sta cercando l’approvazione da parte del popolo di riforme costituzionali che promettono di ridurre la dimensione della Camera alta, da 315 a 100 senatori. In base alle sue proposte, i senatori non sarebbero più eletti direttamente, ma piuttosto scelti da Consigli regionali, nominati dai sindaci delle grandi città o – nel caso di cinque – nominati dal presidente della Repubblica (…) Fattore ancora più importante, (le riforme) dovrebbero ridurre il potere politico del Senato, che non sarebbe più in grado di ostruire del tutto le misure del governo, ma potrebbe proporre solo emendamenti, che sarebbero adottati a discrezione della Camera bassa (il Senato comunque avrebbe ancora voce in capitolo su questioni costituzionali, come la ratifica dei Trattati dell’Unione europea. L’obiettivo è quello di aumentare il potere esecutivo del governo, e combattere interessi radicati con misure aggiuntive che consentirebbero a nuove leggi di facilitare i referendum e promuovere la partecipazione dei cittadini al processo politico”.

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Andrews e Capacci prevedono una situazione di caos e incertezza politica se Renzi dovesse perdere il referendum, che potrebbe tradursi in nuove elezioni e, sulla scia della nuova legge elettorale approvata lo scorso anno, non assicurare la stabilità di cui l’Italia ha bisogno per approntare riforme strutturali.

Il rischio rappresentato dall’ala più di sinistra del Pd

“Negli ultimi anni, il governo di Renzi ha costituito la migliore speranza per riforme strutturali e per una modernizzazione economica. Ma anche se il Pd vincesse eventuali elezioni successive al referendum esiste il rischio che, con le dimissioni di Renzi, l’ala più a sinistra del partito lotterebbe per riprendere il controllo dalle fazioni riformiste di centro destra, zavorrando le speranze di un ulteriore processo di ristrutturazione. Una virata a sinistra non sarebbe certo tipica dell’Italia. Nel Regno Unito, è stata la sinistra a prendere la leadership del principale partito, il partito laburista. In Spagna, Podemos ha spaccato il voto dell’ala sinistra e in Francia i socialisti che sono al governo sono sotto pressione nei sondaggi, a causa del partito di sinistra radicale ed euroscettico guidato da Jean-Luc Mélenchon”.

Sul M5S, l’analisi ha più di una riserva. La “sua piattaforma è così vaga che è difficile individuare qualsiasi tipo di politica concreta, a parte l’appello a lanciare un referendum sull’adesione dell’Italia all’euro”. Inoltre il M5S è caratterizzato al momento da un vuoto di leadership, visto il dietrofront di Beppe Grillo.

Grillo non potrebbe comunque correre per ricoprire una carica pubblica in quanto considerato colpevole dell’incidente automobilistico che il 7 dicembre 1981 provocò la morte di tre persone. E “senza Grillo, il movimento parlamentare del M5S sarebbe senza un leader, il che significa che il M5S non avrebbe un candidato a premier neanche se riuscisse ad assicurarsi una maggioranza alle elezioni”.

Scenario elezioni, addio all’euro. Ritorno alla lira: quali gli effetti?

“Tutto ciò significa che la possibilità di una vittoria del No nel referendum costituzionale di ottobre o novembre è il più grande pericolo per la sopravvivenza dell’euro. Sia il M5S che la Lega stanno promettendo un plebiscito sull’adesione all’euro, nel caso in cui dovessero andare al potere in una elezione successiva al referendum. Ciò non significa che un voto sull’adesione all’Eurozona dell’Italia si tradurrebbe immediatamente in una uscita dell’Italia (dall’euro). Tuttavia, un voto “no” sarebbe un voto contro le riforme strutturali di cui c’è bisogno per assicurare la crescita economica e la prosperità dell’Italia all’interno dell’Eurozona. In altre parole, nel caso di una vittoria del No, l’unica scelta economica per l’Italia sarebbe quella tra una stagnazione continua e il ritornare a un vecchio modello economico che implicherebbe continue svalutazioni. Ma quest’ultima strada implicherebbe l’uscita dall’euro. E anche se l’Italia decisse di prendere quella strada, comunque sarebbe molto doloroso riportare l’economia in condizioni di salute. Che sia dentro o fuori la moneta unica, l’Italia ha bisogno di riforme strutturali per garantire una crescita futura dell’economia. L’unico beneficio nel lasciare l’Eurozona sarebbe una svalutazione profonda di una nuova lira che potrebbe aiutare a smorzare parte del dolore della transizione (e comunque è probabile che l’effetto palliativo verrebbe più che compensato da danni aggiuntivi di natura economica e finanziaria provocati dall’uscita dall’euro).

Insomma:

“Chiaramente gli investitori dovrebbero essere preoccupati. L’Italia è la terza principale economia dell’Unione monetaria e uno dei suoi membri principali. Un suo eventuale addio sicuramente velocizzerebbe la disintegrazione dell’intero progetto dell’euro. Ancora, le tensioni economiche e politiche interne all’Italia in vista del referendum rispecchiano quelle che sono in atto nell’intera Eurozona. In Italia, il ricco nord rappresenta il cuore industriale che traina l’economia, mentre il Sud è sottosviluppato e povero. C’è poco entusiasmo per le riforme strutturali e, in tutto il paese, i movimenti populisti – che promettono di buttare giuù l’estabilishment politico – stanno guadagnando rapidamente terreno”.

Concludendo: “se Renzi vincerà, l’Eurozona avrà una nuova speranza. Ma se fallirà, l’Italia fallirà, e probabilmente fallirà anche l’Eurozona“.

Fonte Mauldin Economics

*Nick Andrews e Stefano Capacci, di Gavekal, tra i principali fornitori di ricerche sugli investimenti globali

http://www.wallstreetitalia.com/italia-fine-euro-con-no-referendum-una-nuova-lira-la-salvera/

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