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Deutsche Bank: per Merkel spina nel fianco e fonte imbarazzo

23 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Problemi Deutsche Bank, la cancelliera tedesca Angela Merkel per ora sceglie il silenzio. Strategia finora dello struzzo anche da parte del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble che, lo scorso 9 febbraio, disse che il colosso bancario tedesco non destava alcuna preoccupazione. E che ora sembra avere anche lui la bocca cucita, forse per non alimentare un caso che comunque è ormai conclamato.

Deutsche Bank non sta affatto bene e, anzi, sta peggio, dopo la notizia della maxi multa del valore di $14 miliardi che il dipartimento di Giustizia Usa ha proposto, per porre fine al contenzioso in cui la banca viene accusata in merito alle pratiche adottate nella vendita ai clienti di asset garantiti dai mutui, nel pieno della crisi finanziaria del 2008.
La somma richiesta, pari a $14 miliardi, è più del doppio di quei 5,5 miliardi di euro che Deutsche Bank ha accantonato per far fronte a spese legali da sostenere, ed è anche pari a quasi l’80% della sua capitalizzazione di mercato, annientata dai continui sell off sul titolo.

Tutto questo, mentre sull’istituto bancario numero uno in Germania pende la spada di Damocle dei derivati, che si aggirano sui 42 trilioni di euro (42.000 miliardi). In un contesto di tassi negativi, sono deboli tra l’altro le speranze di una crescita della redditività.

Ecco così che, dietro la calma e il sangue freddo della coppia Merkel-Schaeuble, i politici tedeschi iniziano a preoccuparsi, e non poco.

Tanto che Bloomberg riporta alcune indiscrezioni, secondo cui lo scorso martedì, 16 settembre, i parlamentari tedeschi della Commissione di Stabilità finanziaria si siano riuniti a porte chiuse per discutere non solo delle regole di Basilea, ma anche del destino di Deutsche Bank. I temi affrontati sono stati, secondo le fonti, la multa Usa e le riserve a cui Deutsche Bank potrebbe attingere, nel caso in cui, quei $14 miliardi, dovesse pagarli tutti. Tra l’altro, il colosso risulta tra i peggiori capitalizzati in Europa, in base agli ultimi risultati degli stress test.

Il sito Handelsblatt ha dedicato un articolo al caso, dal titolo “Deutsche Bank in New Existential Crisis”, ovvero Deutsche Bank in una, esistenziale”, riportando come le autorità finanziarie tedesche abbiano reagito con choc alla notizia della maxi multa Usa. E scrivendo come, alla fine, la banca potrebbe essere costretta a far ricorso a un salvataggio di stato per pagare quanto dovuto.

Peccato che le regole dell’Unione europea ormai vietino praticamente le operazioni di bail out, avendole sostituite con la procedura di bail-in. E peccato che la Germania sia sempre lì a ricordare a tutta l’Europa di attenersi alle regole di Bruxelles, facendo la maestra che impartisce lezioni ai suoi allievi.

Deutsche Bank non è solo una spina nel fianco di Merkel. E’ anche una grande fonte di imbarazzo. E i tedeschi sperano davvero che non finisca con il far vergognare Merkel, come fece un anno fa Volkswagen, con lo scandalo dieselgate.

 

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/deutsche-bank-per-merkel-spina-nel-fianco-e-fonte-imbarazzo/

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Salvare Deutsche Bank metterebbe fine all’Europa unita

21 settembre 2016, di Daniele Chicca
NEW YORK (WSI) – Deutsche Bank è l’unico istituto di credito di rilevanza sistemica in Germania, pertanto il governo Merkel non permetterà mai che questa fallisca. Senza Deutsche la Germania non siederebbe più intorno al tavolo della grande finanza globale. La Francia, in confronto, può contare su tre grandi banche sistemiche. Anche l’Inghilterra non avrebbe problemi la prossima volta che partirà un effetto domino e i debiti imploderanno in massa.

Con Deutsche Bank non solo la Germania, ma l’Europa intera si gioca tutto. Senza Deutsche Bank la Francia potrebbe scalzare la Germania e spostare gli equilibri in Europa. Mantenere un equilibrio tra Francia e Germania è la chiave perché l’Europa possa rimanere in piedi, è così dalla Seconda Guerra Mondiale.

DB - Beico Consulting Articolo

Una risoluzione di bancarotta scatta quando una società non è più solvibile o non è in grado di dimostrare di poterlo essere. Chi decide se un istituto di credito ha la possibilità di diventare un’azienda solvibile in futuro? Le autorità di regolamentazione lasciano che sia il governo a deciderlo. E la Germania come detto non è credibile che lasci fallire Deutsche Bank.

L’istituto di credito viene giudicato dagli analisti di Societe Generale sottocapitalizzato anche nel caso in cui non si verifichino eventi disastrosi. La banca, ormai è risaputo e denunciato, siede su centinaia e centinaia di miliardi di euro di contratti derivati. Potrebbe diventare quello che per gli Stati Uniti è stata Lehman Brothers nel 2008, all’alba della crisi subprime, la crisi più grave dai tempi della Grande Depressione.

L’opzione “banca zombie” come Unicredit

A quel punto allora le opzioni sono due. La prima è seguire l’esempio di UniCredit. La banca valeva mille miliardi di euro, era la prima banca del paese. Aveva comprato le banche della Baviera e dell’Austria. Tuttavia, se a livello di fatturato e grandezza era il primo gruppo indiscusso del nostro paese, davanti a Intesa Sanpaolo, i prezzi di Borsa non rispecchiavano questo status.

Al suo picco a maggio 2007, valevano 7,6 euro. Da allora il valore di mercato è calato gradualmente e progressivamente. Ma il governo italiano non è mai intervenuto. UniCredit, un tempo orgoglio nazionale, sta diventando una banca zombie, ma le autorità non fanno nulla per porvi rimedio. Difficile pensare che i tedeschi possano fare lo stesso: sarebbe un affronto alle politiche industriali e finanziarie tedesche. A quel punto sarebbe meglio forse farle fare default.

Salvare Deutsche Bank sarebbe fine dell’Europa

Ma se la Germania non volesse accettare le conseguenze finanziarie che porterebbe una situazione di default o lasciare che Deutsche Bank diventi una banca zombie, allora l’unico modo sarebbe una rivoluzione politica sul piano europeo.

Se il governo ritiene che non intervenire per salvare Deutsche Bank possa infliggere danni ingenti alla Germania, mettendo a repentaglio la sua posizione dominante in Europa e nel mondo, diventerebbe una questione di orgoglio nazionale, di sopravvivenza. Il governo salverebbe la banca, a tutti i costi.
Ma salvare Deutsche Bank con i soldi pubblici equivarrebbe a sancire la fine dell’esperimento dell’Europa unita. Il governo tedesco demolirebbe in un solo colpo le politiche europee su bail-in, bail-out, debiti pubblici e regime di austerity. Bce, Berlino e la Bundesbank perderebbero la loro autorità. Italia, Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda avrebbero luce verde per fare lo stesso con le loro banche nazionali in difficoltà.

Ecco perché Deutsche Bank ha un’importanza sistemica non solo per la Germania, bensì per l’Europa intera.

Fonte – http://www.wallstreetitalia.com/salvare-deutsche-bank-metterebbe-fine-a-europa-unita/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:%20WallStreetItalia

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Euro spacciato, Italia torna a lira. Disastro, “peggio che in Sud America”

16 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Euro a due velocità, euro forte ed euro debole, uscire dall’euro oppure no. Ma anche: come l’Italia si pone nei confronti dell’euro, cosa accadrebbe se decidesse di uscire dall’Eurozona, e fino a che punto, nella situazione attuale, è in grado di alzare la voce contro la Germania. Prendendo spunto dalle ultime proposte del Premio Nobel Joseph Stiglitz che, con il suo ultimo libro ha fatto molto parlare di sé, proponendo una separazione separazione dell’area euro senza la Germania e la Grecia, Spazioeconomia intervista Mario Seminerio, economista autore del blog Phastidio.net, e Francesco Simoncelli, economista e blogger francescosimoncelli.blogspot.it

Tra le dichiarazioni che seguono, c’è quella di Simoncelli, che ricorda come il caos europeo sia una bomba orologeria innescata, che qualsiasi evento potrebbe far scoppiare, non ultimo il sistema bancario italiano, con tutti i suoi problemi.
E, anche, fanno riflettere le parole di Seminerio che, oltre a parlare di “impoverimento drammatico” dell’Italia nel caso di una sua eventuale uscita dall’euro e della minaccia di inflazione che non impiegherebbe molto a trasformarsi in iperinflazione, parla di quella “commedia di rane di fedro” che “è la politica italiana”, che non può proprio permettersi di minacciare la Germania. Anche perchè, anche di fronte alla minaccia “O fai questo, o mi faccio esplodere”, si sentirebbe dire dai tedeschi: ‘fatti eslodere, non c’è problema, penso di riuscie a farcela’. E “finirebbe con il farsi esplodere da sola in una stanza di cemento armato”.

Insomma, l’Italia ci rimetterebbe sia se decidesse di uscire dall’euro, sia se a uscire dal blocco fosse la Germania a uscire.

Così, nel commentare la proposta di euro a due velocità di Stiglitz, Seminerio risponde:

“L’euro così come è in questo momento non è esattamente un successo per vari motivi, che riepiloghiamo: il fatto che è una semplice Unione monetaria e non anche una Unione fiscale: questo rende assolutamente difficoltoso compensare eventuali shock asimmetrici o eventuali disequilibri, manca proprio tutto l’impianto di una struttura federalista fiscale.
E questo è il peccato originale, la maggiore vulnerabilità dell’euro per quanto, se vogliamo dirla anche provocatoriamente, l’Unione economica e monetaria europea (Uem) pur non essendo ancora una unione fiscale, con il caso Grecia ha realizzato un caso di embrione di unione di trasferimenti. Il debito greco è infatti quasi interamente detenuto da entità sovranazionali ma pubbliche: Bce, l’Fmi e il meccanismo europeo di stabilità”.

Su Stiglitz, l’autore del blog Phastidio.net ricorda che:

“Alcuni anni fa quando ci fu la fase più critica, nel 2010-2011 una proposta simile, quella dell’euro a due velocità, venne avanzata da Luigi Zingales, una proposta accattivante. Ricordo che scrissi a Luigi e gli chiesi di declinarla operativamente. ‘Come si fa una cosa di questo tipo?’ Lui mi promise che mi avrebbe risposto e io da quel giorno sto ancora attendendo. L’elaborazione è piuttosto laboriosa, ma al di là delle battute, con il massimo rispetto per Zingales, il problema sul piano operativo è talmente complesso da diventare infattibile, in quanto richiederebbe la totale riscrittura dei Trattati, l’istitutzione di una seconda banca centrale europea. Si tratterebbe di una impresa titanica e, anche, non ne vedo il motivo sul piano logico, quasi ontologico. La Francia che farebbe, rimarrebbe agganciata alla Germania per poi esserne travolta? L’Italia sarebbe annessa alla Grecia? La Spagna a chi si unirebbe? Io credo che se e quando l’euro collasserà si ritornerà a valute nazionali individuali.
Interviene l’economista Simoncelli:

“La cosa divertente è che Stiglitz ha finalmente capito che l’euro può essere cestinato. Ricordo lui e Paul Krugman, che erano molto più entusiasti all’inizio dell’esperimento europeo. Il punto è che un mercato senza una determinazione onesta dei prezzi a lungo andare è destinato a collassare. (..) ed è quanto stiamo vedendo, con una organizzazione top down che cerca di sfornare soluzioni palliative a breve termine, che non hanno né capo né coda. Quella di Stiglitz alla fine è una proposta per dare una scappatoia ai paesi del Club Med affinché possano trovare la prosperità attraverso la svalutazione monetaria, ma non so quanto questo possa essere fattibile, in quanto significherebbe semplicemente una fuga di capitali in massa verso i paesi con l’euro forte, la Germania in particolare. (…) La scelta della moneta unica avrebbe dovuto esplicarsi attraverso le azioni individuali degli attori di mercato e non con un costrutto calato dall’alto verso il basso. In questo contesto, “più gli interventi si faranno pesanti, più si avvererà quanto scritto in un articolo del Financial Times, intitolato Central banks are running blind, dove si parla dell’interventismo eccessivo delle banche centrali, ma anche del loro andare ormai alla cieca, con una politica di tassi negativi e QE a tutto spiano che prima non si era mai vista”.
Tornando all’ipotesi di doppia valuta, l’economista Mario Seminerio lancia un monito all’Italia, e ripercorre anche i problemi che il paese visse in quegli anni di cui ora ha nostalgia. Pone interrogativi su quello che è davvero il progetto dei movimenti anti euro, che propinano come soluzione l’uscita dall’Eurozona, e avverte su conseguenze che sarebbero terribili.

Ma davvero è tutta colpa dell’euro?

Seminerio affronta il problema delle svalutazioni competitive e risponde alla domanda su come dovrebbero funzionare due euro, nel caso in cui la proposta di Stiglitz si concretizzasse:

“Le valute non dovrebbero essere agganciate, dovrebbero fluttuare normalmente e anche un po’ astrattamente in funzione dei fondamentali sottostanti. I danni si producono quando si realizza un cambio fisso che non riflette i sottostanti, perchè questo determina alla lunga attacchi speculativi, perdita competitività”. Ed è qui che viene chiamata in causa l’Italia.

Infatti, quanto detto sopra “è il motivo per cui settembtre del ’92 la lira e la sterlina uscirono dal sistema monetario europeo. L’italia vi era entrata pensando di convergere, ma non ha avuto la disciplina necessaria per restare in quell’ambito di accordi di cambio che pur avevano una fascia di fluttuazione che per noi era lievemente più ampia di altri. Ma la convergenza non ha funzionato”.

E basta andare a leggere qualche libro di storia per capire le cose:

“Guardate cosa è successo negli ultimi 40-50 anni di economia: è tutta una storia di crac, anche quando c’era la famosa moneta sovrana (la lira), e di tentativi mediante vincolo esterno di disciplinare l’economia italiana; questi tentativi alla fine, – stanti le divergenze sottostanti apparentemente incoercibili e per certi aspetti anche a causa del carattere nazionale tipicamente italiano – fatalmente esplodono e finiamo travolti e devastati. Ci sono cosi e ricorsi. Ieri c’è stato lo Sme, ora c’è l’euro“.
Detto questo, aggiunge l’esperto:

“Siccome l’euro è una moneta e la moneta è un costrutto sociale, come tale è effimero: nasce, vive e muore. E io non sono un difensore a oltranza del sistema dell’euro, io vedo nel sistema dell’euro tutta la profonda disfunzionalità. Il punto però è che, anziché considerare l’euro una sorta di complotto dello straniero per asservire la patria, io lo vedo come l’ennesima conferma dell’incoercibilità e incapacità di questo paese di stare nei gruppi insieme ai paesi con i quali ci confrontiamo”.
Il problema, insomma, dell’Italia, è nella sua natura, nel suo atteggiamento, nella sua incapacità di stare nel team?

Una cosa è sicura. Una eventuale uscita dall’euro, tanto invocata ora, getterebbe nel disastro l’Italia, provocando un impoverimento in diversi strati sociali, secondo l’economista e autore di Phastidio.net.

La conseguenza sarebbe una crisi in stile Sud America. Con la differenza che i paesi sudamericani dispongono di materie prime, “noi invece non abbiamo neanche quello”.

“Quando l’euro deflagrerà – è possibile che avvenga  – avremo la prova provata in termini di conseguenze, che saranno una resa dei conti, e le rese dei conti non sono mai indolori”.
Ma tornando alla lira, cosa accadrebbe all’Italia, con il suo debito pubblico?

“A causa di questa incoercibilità e mancanza di disciplina, ho il timore della deriva sudamericana, perchè alla fine se voi guardate la corrente contraria all’euro, che invoca l’uscita dell’euro, questa è tutta gente che vuole che i vincoli di bilancio diventino un extra, un optional di cui fare tranquillamente a meno. E’ tutta gente che recrimima sul divorzio tra il Tesoro e Bankitalia dell’81. La recriminazione di queste persone non è quella dell’ingresso nell’euro con l’Atto Unico dell’euro del ’92, che ci ha portati poi al ’99 nella moneta unica. La loro recriminazione è quel divorzio tra Tesoro e Bankitalia; loro ambisconono a tornare a quel l’età per loro aurea, in cui Bankitalia sottoscriveva e monetizzava i deficit del Tesoro. E se queste sono le premesse, io non vedo altro che la deriva del debito in stile sudamericano, con la differenza che in Sud america sono ricchi di materie prime e noi non abbiamo neanche quelle”.
Così anche Simoncelli:

“Ha ragione, è una strategia insita nell’indole nostrana quella di partire subito con la stampante monetaria, arroventarla e risolvere in questo modo  tutti  i problemi. E’ davvero folle, penso che il Club Med sia coalizzato insieme alla Francia perr convincere la Germania ad ammorbidire le sue posizioni. Ma se vincerà malauguratamente il Club Med la svalutazione monetaria sarà all’ordine del giorno, visto che secondo loro il debito e tutti i costi annessi a uno stato pachidermico vanno estirpati attraverso una moneta più allentata. Ma l’Italia sopravvive attraverso le importazioni, lì sarebbero dolori, e dolori amari.
Ancora Seminerio:

“Per iperinflazione ce ne vuole, ma anche se avessimo solo una inflazione a due cifre, le condizioni di vita dei pensionati subirebbero un impoverimento drammatico. Indicizzazione, torna la scala mobile, spirale prezzi-salari.  Anche se i pensionati si trovassero con una inflazione al 7-8% – fattibilissima con una eventuale uscita dall’euro e, anzi, le stime sono molto conservative – assisteremmo a gente in piazza, a un impoverimento drammatico di amplissimi strati che spingerebbe la gente a furor di popolo a chiedere la monetizzazione del deficit. Da lì all’iperinflazione il passo è meno lungo di quanto si pensi”.
Simoncelli:

“Se solo qualcuno ci assicurasse che dopo un fenomeno del genere gli italiani “farebbero i bravi” , (una crisi in Italia) potrebbe essere anche auspicabile, visto che ci sono stati esempio nella storia, come quello della crisi Usa alla fine del 19esimo secolo provocata dal default bond sovrani, da cui il paese rinacque più forte di prima. Guardate alla Germania post Seconda Guerra Mondiale, con una economia ridotta a cumuli di macerie, rinata più forte di prime”.
Seminerio risponde poi alla domanda sullo scenario di una Germania fuori dall’euro. Sarebbe meglio per l’Italia e per l’Eurozona?

“Teoricamente potrebbe avvenire, con la Germania che si porterebbe dietro l’Olanda, l’Austria non penso. Ma bisognerebbe capire in modo un tale scenario sia fattibile. Le conseguenze sarebbero una rivalutazione del neo marco, l’esigenza di avviare una ristrutturazione del mercato del lavoro, che hanno dimostrato di saper gestire quando avevano il marco. Vista la filiera ad altissimo valore aggiunto delle espirtazioni, è chiaro non sarebbe anche lì una passeggiata di salute. Ma io credo che da una eventuale uscita Germania verrebbe meno la chiave di volta dell’edificio e l’euro restante si spappolerebbenel giro di poche settimane, mancando l’ancoraggio ci sarebbero violentissimi attacchi speculativi agli anelli deboli della catena, primo tra tutti l’Italia . Mgaro anche lì, ci sono correnti di pensiero a favore di abbandono euro, e decidere una opzione. ma se accadesse l’architrave,l’edificio collasserebbe nel giro di poche settimane, pochi giorni.
Con la Germania fuori,  Francia e Grecia per esempio farebbero parte di due euro diversi? Sempre Seminerio:

“La Francia per motivi geopolitici è protetta dalla Germania, ma se la Germania uscisse da sola e la Francia le andasse dietro, Berlino dovrebbe alla fine sussidiare Parigi. Dal collasso dei partner commerciali maggiori Berlino sarebbe alle prese con un grave problema. Ma inutile ricattare la Germania: o fate così o mi faccio esplodere. I tedeschi infatti risponderebbero: “Fatevi esplodere, non c’è problema, noi ce la faremo”. Noto che in quella commedia di rane di fedro è la politica italiana  si minaccia la Germania di sfracelli, dimenticando che la Germania ha una sua struttura economica, penso che l’Italia si farebbe esplodere da sola in una stanza di cemento armato.
Simoncelli:

“Con una eventuale uscita della Germania  lo zio ricco toglierebbe le tende e tutti gli altri sarebbero lasciati al loro destino. La Germania è una garanzia collaterale dietro al progetto europeo: mancando essa, mancherebbero le basi sui cui l’euro può ancora viaggiare. Il problema della Germania sono i crediti che ha verso l’Eurozona, Francia, Italia, Grecia soprattutto. Il caos europeo è una bomba orologeria innescata e qualsiasi evento potrebbe farla scoppiare. Non ultimo l’insolvenza del maggior parte del sistema bancario italiano. Se uno pensa che l’intero comparto bancario commerciale detiene 4.000 miliardi di asset, più del doppio del Pil italiano, e che molti di questi asset non sono performanti, capisce quanto la situazione sia grave”.

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Mercati in balia banche centrali, la Fed continua a dettare legge

13 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Sono ancora e sempre le banche centrali a condizionare i movimenti dei mercati. In particolare i continui cambiamenti nelle aspettative degli operatori su quelle che saranno le prossime mosse della Fed sui tassi di interesse. Basta una dichiarazione per dirottare il trend non solo di Wall Street, ma dell’azionario globale in generale.

E se dunque venerdì scorso Eric Rosengren, numero uno della Fed di Boston, aveva alimentato perfino il rischio di bolla, auspicando un rialzo graduale dei tassi, nelle ultime ore ci ha pensato Lael Brainard, altro esponente della Fed, a mostrare di nuovo il lato colomba della Fed, parlando di “prudenza” nella strada del percorso di nuove manovre restrittive.
Immediata la reazione del dollaro che sul forex è sceso per la prima volta in quattro sessioni, sulla scia del tonfo delle probabilità di un rialzo dei tassi Usa a settembre fino al 20%. Sul mercato dei bond i rendimenti dei Treasuries hanno fermato la loro corsa.

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Renzi e Hollande al vertice anti-austerity ad Atene. Berlino lo boccia: è inutile

«Hollande ora è con noi e possiamo finalmente contare e mettere la Merkel sotto pressione». Tra una battuta e l’altra il premier italiano Matteo Renzi, in aereo tra Atene e Lecce, spiega perché la riunione EuMed di tutti i leader socialisti del Sud del Mediterraneo (tranne il presidente cipriota Anastadiatis) con la “carta di Atene” partorita ieri stia dando così tanto fastidio alla Germania che ridicolizza l’iniziativa anti-austerità fino a definirla “Club Med”.
«I Paesi del Mediterraneo del Sud – è il ragionamento del premier italiano – rappresentano, per peso economico e politico, la metà dell’Unione europea, con Hollande possiamo fare sentire davvero la nostra voce al vertice di Bratislava del 16 e, poi, ai successivi incontri della Valletta e di Lisbona ma la nuova Europa nascerà solo dal vertice del marzo 2017 a Roma per i 60 anni dei Trattati». Anche la cancelliera ha i suoi problemi in casa, precisa Renzi.

Ad esempio, ha un surplus commerciale tra gli 80 e i 90 miliardi di euro. «Se dovesse rispettare alla lettera le regole europee – insiste il premier italiano – dovrebbe reinvestire questo surplus dando ordini e lavoro alle aziende europee e italiane; non si può da un lato non rispettare le regole e poi creare problemi a chi chiede maggiore flessibilità». L’Italia da parte sua «sta rispettando le regole e starà ben al di sotto del 3%» anche se, aggiunge Renzi, all’interno dell’esecutivo c’è una corrente di pensiero che vorrebbe sforare il 3% e chi punta a un accordo con la Commissione Ue.

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L’Europa che, per dirla con Renzi, «non può essere solo regole e finanza», trova ad Atene un fronte compatto e deciso. La carta di Atene sottoscritta dal premier greco Alexis Tsipras, dal presidente francese François Hollande, dall’italiano Matteo Renzi, dal maltese Joseph Muscat, dal portoghese Antonio Costa, dal presidente cipriota Nicos Anastasiades e dal vice ministro spagnolo per gli Affari Ue Fernando Eguidazu (al posto del premier Mariano Rajoy) prevede che l’Europa «mantenga le sue promesse di prosperità e giustizia sociale».

Servono, secondo il documento finale, «più crescita e più investimenti per superare la crisi economica, creare occupazione, proteggere il nostro modello sociale; vanno raddoppiati i fondi del piano Juncker; vanno combattuti l’evasione fiscale e il dumping sociale». Nel documento i Paesi Ue del Mediterraneo chiedono anche di «proteggere i confini esterni» e di «rafforzare la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo e dell’Africa».

Ma non era stato ancora diffuso il documento finale di Atene che già dall’Ecofin informale di Bratislava e da Berlino si alzavano le critiche all’iniziativa di Tsipras vista come elemento disgregante per la disciplina fiscale dell’Unione. Tra i più duri il commento del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble secondo cui «quando i leader socialisti si incontrano, il più delle volte, non esce nulla di intelligente». Anche il presidente dei 19 ministri finanziari dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ipotizza una sospensione dei prestiti per 2,8 miliardi di euro attesi dalla Grecia nell’ambito del piano di salvataggio, se Tsipras non recupererà «il tempo perso» e non attuerà le misure di rientro nei vincoli di bilancio concordate con Bruxelles.
Il leader tedesco degli eurodeputati popolari (vicino alla cancelliera Angela Merkel) Manfred Weber, attacca frontalmente Hollande e Renzi contestando al premier greco i «soliti giochetti» solo per evitare le misure di austerità. «Il presidente Hollande, probabilmente per motivi di politica interna, e il primo ministro Renzi – aggiunge – stanno consentendo a Tsipras di manipolarli». L’eurodeputato tedesco Markus Ferber definisce «Club Med» l’accordo in embrione sulla flessibilità tra i Paesi del Mediterraneo che consentirebbe «ai Paesi del Sud Europa di organizzare una minoranza di blocco in grado di fermare a Bruxelles tutti i provvedimenti non graditi».

Resta il fatto che la Carta di Atene, secondo i sette leader, «darà nuova ispirazione all’Unione europea da troppo tempo concentrata sui cavilli burocratici e sull’austerità a discapito della solidarietà, della cooperazione e, in definitiva dell’unità».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-09/renzieuropa-sia-sociale-basta-solo-regole-austerita-carta-atene-chiede-crescita-uguale-tutti–170234.shtml?uuid=ADNoWqHB

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Rosengren (Fed) lancia pericolo bolla con tassi bassi. Mercati stremati

9 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Il nuovo falco della Fed Eric Rosengren – numero uno della Fed di Boston, storicamente un funzionario colomba della Banca centrale Usa – strema i mercati, già confusi dopo il mancato assist della Bce.

Wall Street accusa il colpo:il Nasdaq Composite cede -0,8% a 5.218 punti; il
Dow Jones cala di 0,5 punti, a 18.383 punti; lo S&P cede -0,7% a 2.167. Il Dow Jones arriva a perdere poi fino a 150 punti, lo S&P arretra dell’1%.

Proprio lui, che ha spesso auspicato tassi di interesse più bassi nel corso degli ultimi anni, parla di rischi che si confermano sempre di più a doppia velocità, lanciando addirittura l’alert di un surriscaldamento dell’economia Usa. Dunque, di una bolla.

Per due velocità, Rosengren intende da un lato il rallentamento dell’economia globale; dall’altro, la resistenza che la congiuntura Usa dimostra di avere, e dunque il rischio che deriva da un contesto di tassi invariati per troppo tempo.

“Se vogliamo assicurarci che il contesto rimanga di piena occupazione, è appropriato avviare un rialzo dei tassi graduale”, afferma, sottolineando che “esistono presupposti ragionevoli per continuare a portare avanti una normalizzazione graduale della politica monetaria”.

Rosengren parla di un mercato del lavoro che potrebbe ben superare la condizione di piena occupazione nel corso del prossimo anno, e di un Pil previsto in crescita a un tasso superiore al 2% nei prossimi due trimestri.

 

http://www.wallstreetitalia.com/rosengren-fed-lancia-pericolo-bolla-con-tassi-bassi-mercati-stremati/

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Ue frena Renzi su flessibilità. Bond italiani, alert dal Wall Street Journal

9 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Più flessibilità per l’Italia dall’Unione europea? In occasione del vertice dell’Eurogruppo che si sta svolgendo a Bratislava, il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, gela le ambizioni del premier Matteo Renzi.

L’Italia ha già beneficiato di molta flessibilità e deve rispettare le regole, che sono flessibili e intelligenti. Ne discuterò in un incontro bilaterale con il ministro Pier Carlo Padoan, ma non bisogna avere troppa fretta”. Alla domanda se la Commissione Ue sia disponibile a concedere la flessibilità che l’Italia chiede, Moscovici afferma:

“Vedremo il piano di bilancio che devono notificare entro il 15 ottobre”, invitando a non correre troppo. Intanto il Wall Street Journal esamina la situazione in cui versano i bond italiani, quasi in concomitanza con la decisione della Bce di non estendere il piano Qe: piano, appunto, che prevede l’acquisto dei titoli di debito dei paesi dell’Eurozona.

I bond di cui scrive il quotidiano finanziario, precisiamo, non sono quelli del debito pubblico: non sono dunque titoli di Stato. Sono i corporate bond, ovvero bond che vengono emessi da aziende che ora, dopo l’ampliamento del piano QE annunciato sei mesi fa, vengono acquistati insieme ai debiti sovrani e agli asset-backed securities.

Così il Wsj:

“I rendimenti dei corporate bond sono scesi in tutta l’Eurozona da quando la Bce ha annunciato che avrebbe acquistato anche obbligazioni societarie, sei mesi fa. Ma alcuni paesi ne stanno beneficiando meno di altri, e tale fattore mette in risalto come ci vorrà qualcosa, oltre la Bce, per allineare le traiettorie economiche differenti dell’Eurozona”.

“In particolare, i rendimenti dei corporate bond italiani, sono rimasti indietro, scendendo appena la metà rispetto ai rendimenti dei corporate bond di Spagna, un’altra economista del Sud Europa che ha avuto difficoltà economiche dalla crisi finanziaria globale”.

 

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E’ il giorno X per i mercati. Draghi braccato da banche e Schaeuble

8 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Cautela sui mercati azionari in Europa, sentiment improntato sull’attendismo in attesa della riunione odierna della Bce. La decisione sui tassi di interesse è attesa per le 13.45, mentre particolare attenzione sarà data alle dichiarazioni che il numero uno della Bce, Mario Draghi, rilascerà nella conferenza stampa che inizierà alle 14.30.

Gli economisti scommettono su una estensione del Qe, anche se diverse analisi hanno messo in evidenza come il bazooka lanciato da Draghi non stia dando i risultati prefissati, sia in termini di inflazione che di crescita dell’ economia dell’ Eurozona.488x-1

In particolare, l’obiettivo di un tasso di inflazione che sia appena al di sotto del 2% non è stato centrato da più di tre anni, ed è improbabile che lo sia almeno fino al 2018. Il tasso di inflazione si è attestato appena allo 0,2% ad agosto, e in gioco è la stessa credibilità della Bce.

L’introduzione della politica a tassi negativi ha messo inoltre contro Draghi il mondo delle banche e dei falchi tedeschi. In primo piano il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che ha chiaramente detto che livello attuale dei tassi è fonte di una “grande e giustificata preoccupazione” e che la liquidità globale generata dalle attuali politiche monetarie è “elevata in modo preoccupante”.

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Per non parlare delle critiche delle banche, la cui redditività viene messa ogni giorno a dura prova dai tassi di interesse a zero o negativi. Più volte, contro Draghi, il numero uno di Deutsche Bank, ha rivolto parole di disapprovazione. E anche Daniele Nouy, numero uno del Single Supervisory Mechanism, ovvero della divisione interna alla stessa Bce che si occupa di monitorare le banche dell’Eurozona, ha citato la redditività delle banche (in calo) come fonte maggiore di preoccupazione.

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Renzi: “referendum tra 15 novembre e 5 dicembre. Dimissioni? Non ne parlo”

7 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli

REFERENDUM COSTITUZIONALE

“Entro il 25 settembre fissiamo la data” del referendum, che a quel punto si terrà “tra i 50-70 giorni” successivi. Lo ha reso noto il premier Matteo Renzi parlando da “Porta a Porta”.

“Ascolteremo il parere delle opposizioni” ma “a naso sarà tra il 15 novembre e il 5 dicembre”.

Tornando alla questione delle sue dimissioni da premier in caso di vittoria del no al referendum costituzionale, così Renzi:

“Non ci ho ripensato. Il punto è un altro. Dal giorno dopo che l’ho detto tutti a dire ‘sbaglia a personalizzare’, che voglio fare un plebiscito. Io ho detto solo che non parlo più del mio futuro, non lo faccio nemmeno questa sera. Questo referendum non riguarda il futuro di una singola persona, ma la possibilità di ridurre i numeri delle poltrone, che solo la Camera abbia il potere di dare fiducia al governo, la semplificazione”.

“Io penso che il referendum lo vinceremo, non parlo più di quello che succederà a me in caso di sconfitta”.

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