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Bagno di sangue sui bond, alert asta BTP. Choc tassi iniziato?

28 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
Guardando alla recente performance del mercato globale dei bond, gli analisti di Rabobank hanno espressamente definito il sell off un “bagno di sangue”, chiedendosi tra l’altro se i fondamentali dell’economia giustifichino un balzo dei rendimenti così forte in poco tempo.

La Fed, la Bank of Japan e la Bank of England comunicheranno tutte le loro decisioni di politica monetaria la prossima settimana. In vista delle elezioni Usa, la probabilità che la Fed lasci i tassi invariati è del 90%. Si scommette poi su una probabilità del 72% sull’adozione di una manovra restrittiva a dicembre.

Evidentemente, tuttavia, anche sulla scia del Pil britannico che è andato meglio delle attese, i tassi sono avanzati ovunque. In particolare, quelli dei Treasuries a 10 anni sono balzati al record in cinque mesi, attorno all’1,88%, sulla scia del rialzo – e del contestuale calo del valore dei relativi titoli di stato – dei tassi dei Gilt britannici e dei Bund tedeschi.

Soltanto nel corso di questa settimana, i tassi decennali sul Gilt sono balzati di quasi 20 punti base, a livelli massimi dal voto del 23 giugno, che ha concretizzato la Brexit. E dall’inizio del mese di ottobre il rally è stato superiore ai 50 punti base.

I tassi decennali sui Bund tedeschi sono volati allo 0,219%, al record dall’inizio di maggio, confermando una netta inversione di tendenza rispetto al minimo assoluto del -0,20% a luglio, che era stato toccato a causa della politica di tassi negativi e Quantitative easing della Bce.

Se si comprende il motivo per cui i tassi UK e Usa salgono, insospettisce il balzo dei rendimenti dei bond dell’Eurozona. Evidentemente, gli analisti e gli investitori ritengono che le principali banche centrali del mondo siano vicine ad aver esaurito le loro munizioni, e che la politica monetaria ultra espansiva, anche della Bce, non potrà continuare in eterno.

Sul caso prettamente italiano, occhio all’asta indetta oggi dal Tesoro, che ha fatto sì il pieno, visto che sono stati collocati tutti i 5,25 miliardi di euro di Btp a 5 e 10 anni. I rendimenti tuttavia sono saliti, con quello sul BTP a cinque anni praticamente raddoppiato allo 0,57% dallo 0,28%; quello a dieci anni è balzato all’1,60% dall’1,21% dell’asta di settembre.

Assegnati anche tutti i Ccteu per un importo di 3,25 miliardi di euro ad un tasso dello 0,59%, in rialzo dallo 0,33%. E’ indubbio che i BTP italiani abbiano beneficiato degli acquisti di asset – inclusi i bond italiani – lanciati dalla Bce, per far fronte alla grande crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, che aveva alimentato timori anche sulla possibilità di un default dell’Italia. Diversi analisti nei mesi scorsi hanno lanciato avvertimenti di diverso tipo, accomunati dal sospetto, se non certezza, che le iniezioni di liquidità delle banche centrali avessero ormai reso il valore di molti bond sovrani gonfiato.

E mentre i tassi decennali dei Bund, sul mercato secondario, volano di oltre il 10%, quelli dei BTP salgono del 4,7% all’1,68%. Lo spread Italia-Germaniasegna un rialzo del 4% sulla soglia di 150 punti base.

 

Fonte

: http://www.wallstreetitalia.com/bagno-di-sangue-sui-bond-alert-asta-btp-choc-tassi-iniziato/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:+Wsi&utm_content=Bagno+di+sangue+sui+bond,+alert+asta+BTP.+Choc+tassi+iniziato&utm_term=3aa48a2e

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Rischio credit crunch in Italia, fuga famiglie dai bond bancari

18 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
Rischio di credit crunch, ovvero di contrazione del credito in Italia? Dopo tutti i soldi che la Bce di Mario Draghi ha elargito alle banche, l’erogazione dei prestiti è ben lontana dall’essere scontata.

Tutt’altro. Da una indagine sul credito bancario in Italia, portata avanti da Bankitalia nell’ambito di un’analisi condotta dalla Banca centrale europea, risuolta che l’offerta del credito da parte degli istituti italiani potrebbe diventare più rigida nel quarto trimestre del 2016.
Dal report di Bankitalia sono emersi anche dati relativi alla dinamica dei prestiti nel corso del terzo trimestre. Si apprende che i criteri di offerta dei prestiti alle imprese e alle famiglie “sono rimasti invariati”, mentre è andata avanti “la riduzione dei margini applicati alla media dei prestiti, sia per le imprese sia per le famiglie. Gli intermediari si attendono, per il trimestre in corso, che i criteri di offerta rimangano sostanzialmente invariati”.

Sempre nel terzo trimestre dell’anno “l’espansione della domanda di prestiti da parte delle imprese si è interrotta, mentre si è rafforzata ulteriormente per le famiglie”.

Per il quarto trimestre, “la domanda delle imprese resterebbe invariata mentre aumenterebbe ulteriormente quella delle famiglie”. Il tutto mentre arriva l’avvertimento su una possibile restrizione di credito nel quarto trimestre.

Tutto questo, mentre viene certificata la fuga delle famiglie italiane dai bond bancari. Così riporta l’Ansa, che cita una ricerca pubblicata da Bankitalia (occasional paper), da cui emerge che “il calo (delle obbligazioni detenute in portafoglio) è iniziato nel 2012 e si è acuito sia con la fine del trattamento fiscale di favore e l’arrivo del bail-in, che in Italia ha visto l’azzeramento dei titoli subordinati delle 4 banche. A marzo 2016, si legge nel paper che non riflette necessariamente l’opinione di Via Nazionale, il peso delle obbligazioni bancarie sulla ricchezza finanziaria delle famiglie era tornato sotto il 5%. Inoltre, nota la ricerca, circa il 40% dei titoli bancari detenuti a maggio 2016 scadrà entro il 2017; il 90% entro il 2020. In assenza di nuovi acquisti, la loro quota scenderebbe a meno dell’1 per cento della ricchezza finanziaria del settore”.

Ma occhio anche altri numeri diffusi dallo studio di cui sopra, di Massimo Coletta e Raffaele Santioni, pubblicato nella collana Occasional Paper della Banca d’Italia.

Dallo studio emerge che la maggior parte delle obbligazioni bancarie in mano alle famiglie italiane scade tra cinque anni.

Così il rapporto, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa Radiocor:

“Le famiglie italiane detengono in portafoglio obbligazioni bancarie per poco meno di 200 miliardi. Di queste circa 28 miliardi sono i bond subordinati. Questi ultimi sono diventati più rischiosi dopo la risoluzione delle quattro banche nel novembre del 2015, che ha portato all’azzeramento dei titoli subordinati detenuti anche dai risparmiatori retail. Da un diagramma per anno di scadenza contenuto nel lavoro, emerge che dopo il 2020 la quota in scadenza dei bond subordinati, sul totale delle obbligazioni bancarie in scadenza, sale in modo esponenziale: è più di un terzo del totale. Tra quest’anno e il prossimo, invece, nota lo studio pubblicato sulla collana della Banca d’Italia, scadrà circa il 40% dei 200 miliardi di obbligazioni (ordinarie, strutturate e subordinate) detenute nei portafogli delle famiglie italiane, ma di queste solo il 2% e’ rappresentato da subordinati. La percentuale di bond bancari subordinati in scadenza aumenta solo nel 2018 per poi ridursi nuovamente nel 2019. Il lavoro osserva, inoltre, come negli ultimi quattro anni, anche per le modifiche della tassazione, le famiglie abbiano effettuato vendite nette di bond bancari per 205 miliardi“
Ed escono altri dati preoccupanti sulle condizioni di salute, in generale, delle banche italiane. Si tratta dei numeri snocciolati qualche minuto fa dall’ ABI, secondo cui nel mese di settembre i prestiti delle banche hanno segnato una crescita zero.

La dinamica è rimasta praticamente invariata, se si considera sia il dato complessivo per privati e PA (-0,4%) che i soli prestiti a famiglie e imprese (-0,01%). Nel mese di agosto le variazioni erano state pari a -0,6 e -0,16%. In rosso inoltre i prestiti alle imprese non finanziarie (-0,2%), condizionati dall’andamento degli investimenti e del ciclo economico. Il rapporto mensile dell’Abi ha messo in evidenza che il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni si è attestato a settembre 2016 su un “nuovo minimo storico” di 2,05% (rispetto al 2,16% di agosto); giù anche i tassi di interesse sul totale dei prestiti, diminuiti anch’essi al nuovo record minimo del 2,97%.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/rischio-credit-crunch-in-italia-fuga-famiglie-dai-bond-bancari/

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Contanti in cassette sicurezza all’estero? Un reato

18 ottobre 2016, di Daniele Chicca
ROMA (WSI) – Nell’ambito della voluntary disclosure bis che sta per essere varata, le somme e i valori depositati nelle cassette di sicurezza potranno essere regolarizzati in Italia, ma i reati non saranno estinti. Anche la prima versione della voluntary disclosure, il programma di rientro dei capitali tramite condono fiscale, conteneva un capitolo dedicato alle cassette di sicurezza, ma questa strada era stata percorsa da pochissimi evasori.

Per migliorare l’efficacia della voluntary disclosure, le autorità hanno intenzione di inserire anche l’esecuzione di controlli sui trasferimenti di residenza all’estero. Questo perché in passato alcuni italiani avrebbero potuto trasferire per finta la loro residenza all’estero anziché far rientrare i capitali in Italia e perdere parte dei loro averi.
Per l’opposizione tutte queste manovre volte a recuperare soldi preziosi per le casse statali in un periodo di legge di bilancio sono al limite del legale, con l’ex ministro Renato Brunetta (Forza Italia) che accusa addirittura il governo di “riciclaggio di Stato”.

In tutti i casi rimane da risolvere il nodo dell’autodichiarazione del contribuente. Secondo il governo Renzi a scoraggiare chi voleva partecipare alla prima versione della voluntary disclosure tra i detentori di somme nelle cassette di sicurezza era il fatto che, se spuntavano complicazioni, all’aliquota del 27% andava sommata Irpef, Iva e persino altri contributi vari, per un prelievo fiscale del 90%.

Ecco spiegato il motivo per il quale nella misura è prevista l’ipotesi di proporre due aliquote al 15 e al 35% a seconda del giro che hanno fatto le somme di denaro, ossia se esse sono state prelevate da un conto corrente e poi depositate in una cassetta di sicurezza oppure se si è trattato di contanti trasferiti direttamente in una cassetta di sicurezza, senza passare da un conto in banca (35%).

La procedura così come è stata proposta non annullerebbe gli eventuali reati, come il riciclaggio del denaro, che si vogliono regolarizzare. Il tutto mentre ai più ricchi, vedi i casi recenti di Diego Armando Maradona e Fabrizio Corona, si concedono sconti per facilitare il canale del condono fiscale.

Questo ha spinto le agenzie di riscossione a lanciare un allarme sulle sanatorie, che rischiano di provocare un crollo delle entrate a partire dal 2018. I capitali opachi, fanno sapere Equitalia e l’Agenzia delle Entrate, verranno segnalati alla Banca d’Italia.

“Il governo ha varato l’ennesimo condono fiscale, una sanatoria che avrà effetti devastanti sul gettito atteso per i prossimi anni e che aprirà la porta a decine di contenziosi tra autorità e contribuenti, in quanto vìola i principi costituzionali di eguaglianza di fronte alle leggi”.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/contanti-in-cassette-sicurezza-allestero-un-reato/?utm_source=Facebook&utm_campaign=Facebook:%20WallStreetItalia&utm_medium=link

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Da oggi questi fondi possono congelare risparmi clienti

14 ottobre 2016, di Daniele Chicca
NEW YORK (WSI) – Per il loro rischio ridotto, i fondi di investimento obbligazionario Usa che vanno sotto il nome di Money Market Funds sono considerati sicuri come un conto deposito, con la differenza che generano un rendimento superiore e non sono regolamentati normalmente. Fanno infatti parte del cosiddetto “sistema bancario collaterale” (shadow banking) e investono in prestiti a brevissimo termine concessi a società con un’elevata qualità creditizia. Forniscono liquidità agli intermediari finanziari come le banche e sono pertanto uno strumento molto importante di finanziamento a breve per le società del credito.

Con i risparmi degli investitori viene prestato denaro a brevissimo termine, anche di giorno in giorno, a banche, aziende private e autorità pubbliche. Tra i fondi comuni principali che fanno parte della categoria si possono citare il Prime Money Market Fund creato da JP Morgan, che ha in gestione più di 100 miliardi di dollari di attivi. Anche Wells Fargo e Goldman Sachs, così come società europee come Deutsche Bank e BNP Paribas, hanno MMF in gestione.
A cominciare da oggi, in condizioni di mercato avverse e volatili i fondi comuni di questo tipo (che investono in titoli a breve termine e a basso rischio, non emessi dal governo federale americano, come corporate bond e del debito delle amministrazioni locali) potranno impedire ai clienti americani di prelevare i loro soldi dal fondo, rimandando l’esecuzione dell’ordine.

È l’effetto dell’entrata in vigore della riforma dei fondi monetari di questo tipo varata dalla SEC, l’autorità di regolamentazione dei mercati statunitense, e adottata nel 2014. Dopo quanto accaduto con lo scoppio della crisi dei mutui subprime, questi fondi continuano infatti a suscitare non poche preoccupazioni tra le autorità.

L’idea alla base della riforma è quella di mettere al sicuro il sistema finanziario privato, evitando lo stesso caos provocato dal crac di Lehman Brothers nel 2008, e impedire quindi che si verifichino crisi di vasta portata scaturite dalla chiusura contemporanea di diversi fondi.

L’obiettivo è duplice: contenere una fuga dei depositi dai fondi, come accaduto nel 2008, e offrire agli investitori (anche banche e fondi pensione) un modo per monitorare lo stato di salute del proprio fondo, controllandone le oscillazioni del valore dell’attivo netto (net asset value).

Un’altra novità riguarda il fatto che i fondi dovranno lasciare che i prezzi oscillino quotidianamente in base al valore di mercato del momento dei propri attivi, non potendo più mantenere un net asset value fisso, che negli Stati Uniti è solitamente di un dollaro per titolo. Il net asset value serve a misurare il rapporto esistente tra la somma dei valori di mercato delle attività del portafoglio di un fondo di investimento e il numero di quote in circolazione.

In poche parole in condizioni di mercato avverse o di scarsa liquidità verrà garantita una certa stabilità di prezzo dei fondi MMF – cosa che non è successa in seguito alla grande crisi di sette anni fa – ma per un po’ non si potranno riavere i propri risparmi indietro e non si potranno chiudere le proprie posizioni.

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Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/da-oggi-questi-fondi-di-investimento-possono-congelare-asset-clienti/

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Mps, Padoan: no a nazionalizzazione e bail-in. Mentre qualcuno chiede il delisting

12 ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli
MPS
Sul dossier Mps, il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, nel corso del question time alla Camera, afferma che non ci sono in cantiere nè piani per nazionalizzare la banca né operazioni di bail-in. Padoan parla di “ipotesi senza fondamento”.

Arriva intanto la nota sulle dichiarazioni rilasciate da Tommaso Fattori, Consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra, durante il dibattito sulle relazioni finali della commissione d’inchiesta in merito alla Fondazione e alla Banca Montepaschi di Siena e i rapporti con la Regione Toscana.

“Siamo davanti a un sistema bancario interamente privatizzato che fa acqua da tutte le parti, all’incapacità della politica di fare le riforme necessarie, partendo dalla sacrosanta separazione fra banche d’investimento e banche commerciali. La chiave della vicenda MPS, da cui si dovrebbe inevitabilmente partire, è prima di tutto l’elenco dei nomi di chi ha intascato denaro e non ha poi restituito i prestiti, ma nessuna responsabilità è stata finora accertata, così come non è stata attivata una commissione di inchiesta parlamentare: quindi l’evidenza dell’incapacità dei controllori di controllare e di individuare responsabili e colpevoli”.

Continuando:

“Il problema è che la vicenda non è per niente chiusa, si sono compiuti errori e disastri, e si continua a compierli”. “Le stesse forze politiche che, con pratiche consociative, hanno utilizzato MPS come un bancomat, generando così una montagna di crediti inesigibili, e che hanno coperto e promosso l’acquisto di Antonveneta a un prezzo strabiliante e fuori mercato, oggi stanno avviando il terzo gruppo bancario italiano verso il bail-in, cioè verso il baratro, scaricando tutto su azionisti, obbligazionisti e risparmiatori. Per evitare questa catastrofe l’unica strada possibile è l’immediata cancellazione, delisting, del titolo azionario dal listino di Borsa, per l’assoluta sproporzione fra valore e capitale a bilancio, e la nazionalizzazione di MPS, cui far seguire un rigoroso risanamento con indirizzi chiari da parte del Parlamento. Non c’è, infatti, alcuna possibile soluzione sul mercato privato, dove è impossibile trovare i cinque miliardi necessari per la ricapitalizzazione, per non dire dei dieci miliardi necessari per riassorbire i crediti deteriorati: nessuna banca italiana si può permettere l’operazione e se anche Credit Agricole fosse interessato all’acquisizione, gli converrebbe aspettare bail-in”.

Concludendo:

“La strada della nazionalizzazione è stata percorsa negli Stati Uniti Obama conBank of America, in Gran Bretagna con la Royal Bank of Scotland, e per altre banche tedesche e francesi: mentre i paesi che sono stati colpiti dalla crisi post-Lehman Brothers provvedevano, infatti, a ricapitalizzare le banche, da noi non si è nemmeno abbozzato un piano e si continua con un ostinato pregiudizio ideologico sul ruolo delle Stato. Siamo passati in pochi decenni da un sistema prevalentemente pubblico a uno totalmente privato, senza alcun risultato per quanto riguarda il costo dei conti correnti, l’accesso al credito, l’efficienza dei servizi. Altresì un sistema sostenuto anche dalla finanza pubblica potrebbe favorire nuove politiche industriali, dallo sviluppo delle rinnovabili alla conversione ecologica delle produzioni, e ridare respiro a particolari settori, stimolando anche la concorrenza col privato. La nazionalizzazione è anche possibile con le nuove norme europee, attraverso uno specifico accordo tra il Governo e l’Unione Europea che autorizzi l’“intervento pubblico precauzionale”, contemplato dalla direttiva europea “Bank Recovery and Resolution Directive” sulle risoluzioni bancarie – cosiddette bail-in, senza che questo sia considerato aiuto di Stato. Dobbiamo evitare che al disastro si aggiunga disastro: un esito negativo della vicenda MPS potrebbe fare nuovamente implodere il sistema bancario italiano e scatenare una nuova crisi finanziaria globale”.

“La cessione a prezzi di svalutazione dell’istituto senese a un Gruppo estero è una possibilità concreta allo stato attuale e si tratterebbe di un passaggio che, oltre ad assestare un duro colpo alle possibilità di sviluppo del sistema economico toscano e nazionale, significherebbe da subito un grave rischio per gli attuali dipendenti dell’Istituto, circa 24mila unità tra diretti e indiretti a livello nazionale. Ora quindi il Governo Renzi deve dimostrare di non essere al servizio di JP Morgan, con il cui Presidente Renzi si consulta in incontri poco chiari e trasparenti in nome d’interessi privatissimi. Non si possono rimandare irresponsabilmente le decisioni e perdere tempo per non essere costretti a scelte difficili in piena campagna referendaria: Renzi così facendo sarà il responsabile della svendita a prezzi stracciati del terzo gruppo bancario a qualche speculatore straniero, della cancellazione dei risparmi di migliaia di persone e del credito vitale per pezzi della nostra economia”.

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/news/mps-padoan-no-a-nazionalizzazione-e-bail-in-mentre-qualcuno-chiede-il-delisting-titolo/

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Italia sotto attacco hedge fund. “Su Mps manovre oscure per svenderla”

23 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Hedge fund all’attacco dell’Italia e, in particolar modo, delle banche italiane. Fino a che punto gli attacchi dei fondi speculativi stanno mettendo KO i titoli bancari a Piazza Affari azzerandone, come nel caso di Mps, le quotazioni? E dunque, azzerando gli investimenti degli italiani?

Indicativa è la nota di Azione Mps, l’associazione dei piccoli azionisti della banca senese, che non fa nulla per nascondere i propri dubbi sulle recenti manovre sospette che si sono susseguite nel palcoscenico dell’istituto.

“Il Monte dei Paschi di Siena è da settimane al centro di manovre oscure e preoccupanti. Una ricapitalizzazione di ingente ammontare, risultato di un progetto di affrettata cessione dell’intero portafoglio di sofferenze, ed un nuovo piano industriale : l’unico risultato che questi annunci hanno prodotto sono state le dimissioni dell’amministratore delegato Viola e del presidente Tononi, insieme al continuo crollo del valore borsistico“. Ciò che è innegabile è che “appare quanto mai oscuro il fatto che il management di una banca tornata all’utile sia praticamente decapitato per orientare diversamente i possibili futuri utili, al di fuori della sede assembleare ed in assenza di valide, concrete e trasparenti motivazioni”.

Azione Mps segnala inoltre la mancata convocazione dell’assemblea ordinaria e straordinaria nella quale i soci dovevano essere portati a conoscenza dei piani concreti, in massima parte elaborati dall’ex amministratore delegato dimissionario, “oltre alla imprecisata richiesta di nuova liquidità al mercato“.

“Ad oggi il maggior azionista formalmente identificabile è il Governo Italianocon il 4%, mentre il maggior azionista privato è rappresentato dalla comunità dei piccoli azionisti, sottoscrittori del 32 % dell’ultimo aumento di capitale, privi di rappresentanza o voce se non quella di Azione MPS, che fin d’ora annuncia di voler rappresentare tutti i Piccoli azionisti associati anche nella prossima assemblea”. Azione Mps ricorda “le voci incontrollate sulla pretesa di alcuni di sottoscrivere l’aumento senza pagare diritto di opzione, l’ultima elemosinarimasta in mano ai piccoli azionisti che hanno sottoscritto il 32% dell’ultimo aumento, perdendo ai valori di borsa odierni il 95% del loro investimento, mentre gli 8 miliardi versati sono nel patrimonio della Banca, garantendone stabilità e solvibilità”.

Di conseguenza l’associazione:

chiede al Governo e alla Consob se sia ravvisabile che la public company Mps sia oggetto di attenzioni da parte di entità che intendono, di concerto, assumerne il controllo attraverso un aumento di capitale, eludendo le normative in essere sull’Opa”.

Sul tema degli attacchi speculativi contro le banche italiane perpetrati dal mondo degli hedge fund, vale la pena segnalare l’articolo recente scritto da Alessandro Govoni.

Govoni  ricorda la notte tra il 23 e il 24 giugno del 2016, quando diversi fondi hanno “effettuato vendite allo scoperto sui titoli bancari italiani, facendoli crollare del 24% il giorno successivo”.

Certo, possiamo ribattere che in realtà quella è stata la stessa notte in cui pian piano la Brexit si è trasformata da spettro a realtà per il mondo intero.

Così come, fa notare Govoni,

“Si potrebbe essere d’accordo sulla militarizzazione Nato e di basi USA sul territorio italiano nell’obiettivo comune di difendersi da attacchi di vario tipo”. Detto questo, nell’accusare le potenti lobby straniere,  “sulla finanza e sul sistema bancario è necessario che mollino il cd osso perchè tale è divenuto, osso quasi totalmente spolpato dopo 24 annidal 1992, di colonizzazione bancaria -finanziaria (siamo ormai giunti al punto che famiglie, imprese, enti locali non riescano più a restituire i prestiti). Che lascino l’Italia riprendersi per almeno i prossimi 25 anni, che lascino i 54 milioni di italiani su 60 vivere e non più, a fatica, sopravvivere”.

Cosa propone l’esperto?

“Una soluzione per porre fine a tale massacro?”

Govoni chiede che venga ristabilita in Italia la separazione tra banche di prestito e banche speculative, avvenuta con la regia delle potenti lobby straniere. Lobby che attaccano ciclicamente attraverso vendite allo scoperto non solo banche italiane, “facendo perdere ad ogni bolla (1994, 2001, 2008, 2016) i risparmi a milioni di ignari risparmiatori italiani che avevano creduto nella banche italiane”, ma che compiono raid anche in aziende strategiche nazionali, “per poi acquistarne porzioni a prezzi sempre più stracciati, di cui poi de-localizzano la produzione all’estero creando un enorme danno in termini di posti di lavoro persi in Italia“.

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Deutsche Bank: per Merkel spina nel fianco e fonte imbarazzo

23 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Problemi Deutsche Bank, la cancelliera tedesca Angela Merkel per ora sceglie il silenzio. Strategia finora dello struzzo anche da parte del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble che, lo scorso 9 febbraio, disse che il colosso bancario tedesco non destava alcuna preoccupazione. E che ora sembra avere anche lui la bocca cucita, forse per non alimentare un caso che comunque è ormai conclamato.

Deutsche Bank non sta affatto bene e, anzi, sta peggio, dopo la notizia della maxi multa del valore di $14 miliardi che il dipartimento di Giustizia Usa ha proposto, per porre fine al contenzioso in cui la banca viene accusata in merito alle pratiche adottate nella vendita ai clienti di asset garantiti dai mutui, nel pieno della crisi finanziaria del 2008.
La somma richiesta, pari a $14 miliardi, è più del doppio di quei 5,5 miliardi di euro che Deutsche Bank ha accantonato per far fronte a spese legali da sostenere, ed è anche pari a quasi l’80% della sua capitalizzazione di mercato, annientata dai continui sell off sul titolo.

Tutto questo, mentre sull’istituto bancario numero uno in Germania pende la spada di Damocle dei derivati, che si aggirano sui 42 trilioni di euro (42.000 miliardi). In un contesto di tassi negativi, sono deboli tra l’altro le speranze di una crescita della redditività.

Ecco così che, dietro la calma e il sangue freddo della coppia Merkel-Schaeuble, i politici tedeschi iniziano a preoccuparsi, e non poco.

Tanto che Bloomberg riporta alcune indiscrezioni, secondo cui lo scorso martedì, 16 settembre, i parlamentari tedeschi della Commissione di Stabilità finanziaria si siano riuniti a porte chiuse per discutere non solo delle regole di Basilea, ma anche del destino di Deutsche Bank. I temi affrontati sono stati, secondo le fonti, la multa Usa e le riserve a cui Deutsche Bank potrebbe attingere, nel caso in cui, quei $14 miliardi, dovesse pagarli tutti. Tra l’altro, il colosso risulta tra i peggiori capitalizzati in Europa, in base agli ultimi risultati degli stress test.

Il sito Handelsblatt ha dedicato un articolo al caso, dal titolo “Deutsche Bank in New Existential Crisis”, ovvero Deutsche Bank in una, esistenziale”, riportando come le autorità finanziarie tedesche abbiano reagito con choc alla notizia della maxi multa Usa. E scrivendo come, alla fine, la banca potrebbe essere costretta a far ricorso a un salvataggio di stato per pagare quanto dovuto.

Peccato che le regole dell’Unione europea ormai vietino praticamente le operazioni di bail out, avendole sostituite con la procedura di bail-in. E peccato che la Germania sia sempre lì a ricordare a tutta l’Europa di attenersi alle regole di Bruxelles, facendo la maestra che impartisce lezioni ai suoi allievi.

Deutsche Bank non è solo una spina nel fianco di Merkel. E’ anche una grande fonte di imbarazzo. E i tedeschi sperano davvero che non finisca con il far vergognare Merkel, come fece un anno fa Volkswagen, con lo scandalo dieselgate.

 

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/deutsche-bank-per-merkel-spina-nel-fianco-e-fonte-imbarazzo/

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Salvare Deutsche Bank metterebbe fine all’Europa unita

21 settembre 2016, di Daniele Chicca
NEW YORK (WSI) – Deutsche Bank è l’unico istituto di credito di rilevanza sistemica in Germania, pertanto il governo Merkel non permetterà mai che questa fallisca. Senza Deutsche la Germania non siederebbe più intorno al tavolo della grande finanza globale. La Francia, in confronto, può contare su tre grandi banche sistemiche. Anche l’Inghilterra non avrebbe problemi la prossima volta che partirà un effetto domino e i debiti imploderanno in massa.

Con Deutsche Bank non solo la Germania, ma l’Europa intera si gioca tutto. Senza Deutsche Bank la Francia potrebbe scalzare la Germania e spostare gli equilibri in Europa. Mantenere un equilibrio tra Francia e Germania è la chiave perché l’Europa possa rimanere in piedi, è così dalla Seconda Guerra Mondiale.

DB - Beico Consulting Articolo

Una risoluzione di bancarotta scatta quando una società non è più solvibile o non è in grado di dimostrare di poterlo essere. Chi decide se un istituto di credito ha la possibilità di diventare un’azienda solvibile in futuro? Le autorità di regolamentazione lasciano che sia il governo a deciderlo. E la Germania come detto non è credibile che lasci fallire Deutsche Bank.

L’istituto di credito viene giudicato dagli analisti di Societe Generale sottocapitalizzato anche nel caso in cui non si verifichino eventi disastrosi. La banca, ormai è risaputo e denunciato, siede su centinaia e centinaia di miliardi di euro di contratti derivati. Potrebbe diventare quello che per gli Stati Uniti è stata Lehman Brothers nel 2008, all’alba della crisi subprime, la crisi più grave dai tempi della Grande Depressione.

L’opzione “banca zombie” come Unicredit

A quel punto allora le opzioni sono due. La prima è seguire l’esempio di UniCredit. La banca valeva mille miliardi di euro, era la prima banca del paese. Aveva comprato le banche della Baviera e dell’Austria. Tuttavia, se a livello di fatturato e grandezza era il primo gruppo indiscusso del nostro paese, davanti a Intesa Sanpaolo, i prezzi di Borsa non rispecchiavano questo status.

Al suo picco a maggio 2007, valevano 7,6 euro. Da allora il valore di mercato è calato gradualmente e progressivamente. Ma il governo italiano non è mai intervenuto. UniCredit, un tempo orgoglio nazionale, sta diventando una banca zombie, ma le autorità non fanno nulla per porvi rimedio. Difficile pensare che i tedeschi possano fare lo stesso: sarebbe un affronto alle politiche industriali e finanziarie tedesche. A quel punto sarebbe meglio forse farle fare default.

Salvare Deutsche Bank sarebbe fine dell’Europa

Ma se la Germania non volesse accettare le conseguenze finanziarie che porterebbe una situazione di default o lasciare che Deutsche Bank diventi una banca zombie, allora l’unico modo sarebbe una rivoluzione politica sul piano europeo.

Se il governo ritiene che non intervenire per salvare Deutsche Bank possa infliggere danni ingenti alla Germania, mettendo a repentaglio la sua posizione dominante in Europa e nel mondo, diventerebbe una questione di orgoglio nazionale, di sopravvivenza. Il governo salverebbe la banca, a tutti i costi.
Ma salvare Deutsche Bank con i soldi pubblici equivarrebbe a sancire la fine dell’esperimento dell’Europa unita. Il governo tedesco demolirebbe in un solo colpo le politiche europee su bail-in, bail-out, debiti pubblici e regime di austerity. Bce, Berlino e la Bundesbank perderebbero la loro autorità. Italia, Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda avrebbero luce verde per fare lo stesso con le loro banche nazionali in difficoltà.

Ecco perché Deutsche Bank ha un’importanza sistemica non solo per la Germania, bensì per l’Europa intera.

Fonte – http://www.wallstreetitalia.com/salvare-deutsche-bank-metterebbe-fine-a-europa-unita/?utm_source=Facebook&utm_medium=link&utm_campaign=Facebook:%20WallStreetItalia

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Branislav Nikolic DiBranislav Nikolic

Euro spacciato, Italia torna a lira. Disastro, “peggio che in Sud America”

16 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli
Euro a due velocità, euro forte ed euro debole, uscire dall’euro oppure no. Ma anche: come l’Italia si pone nei confronti dell’euro, cosa accadrebbe se decidesse di uscire dall’Eurozona, e fino a che punto, nella situazione attuale, è in grado di alzare la voce contro la Germania. Prendendo spunto dalle ultime proposte del Premio Nobel Joseph Stiglitz che, con il suo ultimo libro ha fatto molto parlare di sé, proponendo una separazione separazione dell’area euro senza la Germania e la Grecia, Spazioeconomia intervista Mario Seminerio, economista autore del blog Phastidio.net, e Francesco Simoncelli, economista e blogger francescosimoncelli.blogspot.it

Tra le dichiarazioni che seguono, c’è quella di Simoncelli, che ricorda come il caos europeo sia una bomba orologeria innescata, che qualsiasi evento potrebbe far scoppiare, non ultimo il sistema bancario italiano, con tutti i suoi problemi.
E, anche, fanno riflettere le parole di Seminerio che, oltre a parlare di “impoverimento drammatico” dell’Italia nel caso di una sua eventuale uscita dall’euro e della minaccia di inflazione che non impiegherebbe molto a trasformarsi in iperinflazione, parla di quella “commedia di rane di fedro” che “è la politica italiana”, che non può proprio permettersi di minacciare la Germania. Anche perchè, anche di fronte alla minaccia “O fai questo, o mi faccio esplodere”, si sentirebbe dire dai tedeschi: ‘fatti eslodere, non c’è problema, penso di riuscie a farcela’. E “finirebbe con il farsi esplodere da sola in una stanza di cemento armato”.

Insomma, l’Italia ci rimetterebbe sia se decidesse di uscire dall’euro, sia se a uscire dal blocco fosse la Germania a uscire.

Così, nel commentare la proposta di euro a due velocità di Stiglitz, Seminerio risponde:

“L’euro così come è in questo momento non è esattamente un successo per vari motivi, che riepiloghiamo: il fatto che è una semplice Unione monetaria e non anche una Unione fiscale: questo rende assolutamente difficoltoso compensare eventuali shock asimmetrici o eventuali disequilibri, manca proprio tutto l’impianto di una struttura federalista fiscale.
E questo è il peccato originale, la maggiore vulnerabilità dell’euro per quanto, se vogliamo dirla anche provocatoriamente, l’Unione economica e monetaria europea (Uem) pur non essendo ancora una unione fiscale, con il caso Grecia ha realizzato un caso di embrione di unione di trasferimenti. Il debito greco è infatti quasi interamente detenuto da entità sovranazionali ma pubbliche: Bce, l’Fmi e il meccanismo europeo di stabilità”.

Su Stiglitz, l’autore del blog Phastidio.net ricorda che:

“Alcuni anni fa quando ci fu la fase più critica, nel 2010-2011 una proposta simile, quella dell’euro a due velocità, venne avanzata da Luigi Zingales, una proposta accattivante. Ricordo che scrissi a Luigi e gli chiesi di declinarla operativamente. ‘Come si fa una cosa di questo tipo?’ Lui mi promise che mi avrebbe risposto e io da quel giorno sto ancora attendendo. L’elaborazione è piuttosto laboriosa, ma al di là delle battute, con il massimo rispetto per Zingales, il problema sul piano operativo è talmente complesso da diventare infattibile, in quanto richiederebbe la totale riscrittura dei Trattati, l’istitutzione di una seconda banca centrale europea. Si tratterebbe di una impresa titanica e, anche, non ne vedo il motivo sul piano logico, quasi ontologico. La Francia che farebbe, rimarrebbe agganciata alla Germania per poi esserne travolta? L’Italia sarebbe annessa alla Grecia? La Spagna a chi si unirebbe? Io credo che se e quando l’euro collasserà si ritornerà a valute nazionali individuali.
Interviene l’economista Simoncelli:

“La cosa divertente è che Stiglitz ha finalmente capito che l’euro può essere cestinato. Ricordo lui e Paul Krugman, che erano molto più entusiasti all’inizio dell’esperimento europeo. Il punto è che un mercato senza una determinazione onesta dei prezzi a lungo andare è destinato a collassare. (..) ed è quanto stiamo vedendo, con una organizzazione top down che cerca di sfornare soluzioni palliative a breve termine, che non hanno né capo né coda. Quella di Stiglitz alla fine è una proposta per dare una scappatoia ai paesi del Club Med affinché possano trovare la prosperità attraverso la svalutazione monetaria, ma non so quanto questo possa essere fattibile, in quanto significherebbe semplicemente una fuga di capitali in massa verso i paesi con l’euro forte, la Germania in particolare. (…) La scelta della moneta unica avrebbe dovuto esplicarsi attraverso le azioni individuali degli attori di mercato e non con un costrutto calato dall’alto verso il basso. In questo contesto, “più gli interventi si faranno pesanti, più si avvererà quanto scritto in un articolo del Financial Times, intitolato Central banks are running blind, dove si parla dell’interventismo eccessivo delle banche centrali, ma anche del loro andare ormai alla cieca, con una politica di tassi negativi e QE a tutto spiano che prima non si era mai vista”.
Tornando all’ipotesi di doppia valuta, l’economista Mario Seminerio lancia un monito all’Italia, e ripercorre anche i problemi che il paese visse in quegli anni di cui ora ha nostalgia. Pone interrogativi su quello che è davvero il progetto dei movimenti anti euro, che propinano come soluzione l’uscita dall’Eurozona, e avverte su conseguenze che sarebbero terribili.

Ma davvero è tutta colpa dell’euro?

Seminerio affronta il problema delle svalutazioni competitive e risponde alla domanda su come dovrebbero funzionare due euro, nel caso in cui la proposta di Stiglitz si concretizzasse:

“Le valute non dovrebbero essere agganciate, dovrebbero fluttuare normalmente e anche un po’ astrattamente in funzione dei fondamentali sottostanti. I danni si producono quando si realizza un cambio fisso che non riflette i sottostanti, perchè questo determina alla lunga attacchi speculativi, perdita competitività”. Ed è qui che viene chiamata in causa l’Italia.

Infatti, quanto detto sopra “è il motivo per cui settembtre del ’92 la lira e la sterlina uscirono dal sistema monetario europeo. L’italia vi era entrata pensando di convergere, ma non ha avuto la disciplina necessaria per restare in quell’ambito di accordi di cambio che pur avevano una fascia di fluttuazione che per noi era lievemente più ampia di altri. Ma la convergenza non ha funzionato”.

E basta andare a leggere qualche libro di storia per capire le cose:

“Guardate cosa è successo negli ultimi 40-50 anni di economia: è tutta una storia di crac, anche quando c’era la famosa moneta sovrana (la lira), e di tentativi mediante vincolo esterno di disciplinare l’economia italiana; questi tentativi alla fine, – stanti le divergenze sottostanti apparentemente incoercibili e per certi aspetti anche a causa del carattere nazionale tipicamente italiano – fatalmente esplodono e finiamo travolti e devastati. Ci sono cosi e ricorsi. Ieri c’è stato lo Sme, ora c’è l’euro“.
Detto questo, aggiunge l’esperto:

“Siccome l’euro è una moneta e la moneta è un costrutto sociale, come tale è effimero: nasce, vive e muore. E io non sono un difensore a oltranza del sistema dell’euro, io vedo nel sistema dell’euro tutta la profonda disfunzionalità. Il punto però è che, anziché considerare l’euro una sorta di complotto dello straniero per asservire la patria, io lo vedo come l’ennesima conferma dell’incoercibilità e incapacità di questo paese di stare nei gruppi insieme ai paesi con i quali ci confrontiamo”.
Il problema, insomma, dell’Italia, è nella sua natura, nel suo atteggiamento, nella sua incapacità di stare nel team?

Una cosa è sicura. Una eventuale uscita dall’euro, tanto invocata ora, getterebbe nel disastro l’Italia, provocando un impoverimento in diversi strati sociali, secondo l’economista e autore di Phastidio.net.

La conseguenza sarebbe una crisi in stile Sud America. Con la differenza che i paesi sudamericani dispongono di materie prime, “noi invece non abbiamo neanche quello”.

“Quando l’euro deflagrerà – è possibile che avvenga  – avremo la prova provata in termini di conseguenze, che saranno una resa dei conti, e le rese dei conti non sono mai indolori”.
Ma tornando alla lira, cosa accadrebbe all’Italia, con il suo debito pubblico?

“A causa di questa incoercibilità e mancanza di disciplina, ho il timore della deriva sudamericana, perchè alla fine se voi guardate la corrente contraria all’euro, che invoca l’uscita dell’euro, questa è tutta gente che vuole che i vincoli di bilancio diventino un extra, un optional di cui fare tranquillamente a meno. E’ tutta gente che recrimima sul divorzio tra il Tesoro e Bankitalia dell’81. La recriminazione di queste persone non è quella dell’ingresso nell’euro con l’Atto Unico dell’euro del ’92, che ci ha portati poi al ’99 nella moneta unica. La loro recriminazione è quel divorzio tra Tesoro e Bankitalia; loro ambisconono a tornare a quel l’età per loro aurea, in cui Bankitalia sottoscriveva e monetizzava i deficit del Tesoro. E se queste sono le premesse, io non vedo altro che la deriva del debito in stile sudamericano, con la differenza che in Sud america sono ricchi di materie prime e noi non abbiamo neanche quelle”.
Così anche Simoncelli:

“Ha ragione, è una strategia insita nell’indole nostrana quella di partire subito con la stampante monetaria, arroventarla e risolvere in questo modo  tutti  i problemi. E’ davvero folle, penso che il Club Med sia coalizzato insieme alla Francia perr convincere la Germania ad ammorbidire le sue posizioni. Ma se vincerà malauguratamente il Club Med la svalutazione monetaria sarà all’ordine del giorno, visto che secondo loro il debito e tutti i costi annessi a uno stato pachidermico vanno estirpati attraverso una moneta più allentata. Ma l’Italia sopravvive attraverso le importazioni, lì sarebbero dolori, e dolori amari.
Ancora Seminerio:

“Per iperinflazione ce ne vuole, ma anche se avessimo solo una inflazione a due cifre, le condizioni di vita dei pensionati subirebbero un impoverimento drammatico. Indicizzazione, torna la scala mobile, spirale prezzi-salari.  Anche se i pensionati si trovassero con una inflazione al 7-8% – fattibilissima con una eventuale uscita dall’euro e, anzi, le stime sono molto conservative – assisteremmo a gente in piazza, a un impoverimento drammatico di amplissimi strati che spingerebbe la gente a furor di popolo a chiedere la monetizzazione del deficit. Da lì all’iperinflazione il passo è meno lungo di quanto si pensi”.
Simoncelli:

“Se solo qualcuno ci assicurasse che dopo un fenomeno del genere gli italiani “farebbero i bravi” , (una crisi in Italia) potrebbe essere anche auspicabile, visto che ci sono stati esempio nella storia, come quello della crisi Usa alla fine del 19esimo secolo provocata dal default bond sovrani, da cui il paese rinacque più forte di prima. Guardate alla Germania post Seconda Guerra Mondiale, con una economia ridotta a cumuli di macerie, rinata più forte di prime”.
Seminerio risponde poi alla domanda sullo scenario di una Germania fuori dall’euro. Sarebbe meglio per l’Italia e per l’Eurozona?

“Teoricamente potrebbe avvenire, con la Germania che si porterebbe dietro l’Olanda, l’Austria non penso. Ma bisognerebbe capire in modo un tale scenario sia fattibile. Le conseguenze sarebbero una rivalutazione del neo marco, l’esigenza di avviare una ristrutturazione del mercato del lavoro, che hanno dimostrato di saper gestire quando avevano il marco. Vista la filiera ad altissimo valore aggiunto delle espirtazioni, è chiaro non sarebbe anche lì una passeggiata di salute. Ma io credo che da una eventuale uscita Germania verrebbe meno la chiave di volta dell’edificio e l’euro restante si spappolerebbenel giro di poche settimane, mancando l’ancoraggio ci sarebbero violentissimi attacchi speculativi agli anelli deboli della catena, primo tra tutti l’Italia . Mgaro anche lì, ci sono correnti di pensiero a favore di abbandono euro, e decidere una opzione. ma se accadesse l’architrave,l’edificio collasserebbe nel giro di poche settimane, pochi giorni.
Con la Germania fuori,  Francia e Grecia per esempio farebbero parte di due euro diversi? Sempre Seminerio:

“La Francia per motivi geopolitici è protetta dalla Germania, ma se la Germania uscisse da sola e la Francia le andasse dietro, Berlino dovrebbe alla fine sussidiare Parigi. Dal collasso dei partner commerciali maggiori Berlino sarebbe alle prese con un grave problema. Ma inutile ricattare la Germania: o fate così o mi faccio esplodere. I tedeschi infatti risponderebbero: “Fatevi esplodere, non c’è problema, noi ce la faremo”. Noto che in quella commedia di rane di fedro è la politica italiana  si minaccia la Germania di sfracelli, dimenticando che la Germania ha una sua struttura economica, penso che l’Italia si farebbe esplodere da sola in una stanza di cemento armato.
Simoncelli:

“Con una eventuale uscita della Germania  lo zio ricco toglierebbe le tende e tutti gli altri sarebbero lasciati al loro destino. La Germania è una garanzia collaterale dietro al progetto europeo: mancando essa, mancherebbero le basi sui cui l’euro può ancora viaggiare. Il problema della Germania sono i crediti che ha verso l’Eurozona, Francia, Italia, Grecia soprattutto. Il caos europeo è una bomba orologeria innescata e qualsiasi evento potrebbe farla scoppiare. Non ultimo l’insolvenza del maggior parte del sistema bancario italiano. Se uno pensa che l’intero comparto bancario commerciale detiene 4.000 miliardi di asset, più del doppio del Pil italiano, e che molti di questi asset non sono performanti, capisce quanto la situazione sia grave”.

Fonte

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